I RAPPORTI TRA HITLER E IL GRAN MUFTI’ DI GERUSALEMME E LE ‘LEGIONI ISLAMICHE’ DELLE WAFFEN SS

Di Alberto Rosselli
La storia degli intensi e complessi rapporti che, tra il 1934 e il 1945, intercorsero tra il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al Husseini, capo spirituale dei mussulmani palestinesi, e il leader nazista Adolf Hitler rappresenta una delle vicende a sfondo politico-religioso più interessanti e meno note di quegli anni.
I motivi che spinsero la più alta e venerata personalità religiosa del Medio Oriente ad unire i propri destini a quelli del dittatore tedesco e, più in generale, alle forze dell’Asse, suscitano infatti un’indubbia curiosità, aprendo le porte ad un dibattito che, nell’attuale contesto politico internazionale, caratterizzato dalla recrudescenza dell’estremismo islamico antisionista e antioccidentale, assume una valenza ancora maggiore. La condivisione dei programmi antisemiti e la comune avversione nei confronti dei sistemi democratici furono tra gli elementi che, sessant’anni fa, cementarono le basi di un’intesa politica e militare tra il nazismo e il Movimento Arabo del Gran Muftì: un’alleanza di cui, tuttavia, per molti anni poco si è detto e scritto, almeno in Italia.
Che il Gran Muftì di Gerusalemme nutrisse molta simpatia nei confronti dell’ideologia antisemita è cosa nota, ma assai meno lo sono i documenti e i carteggi che testimoniano, in maniera chiara ed inoppugnabile, il tentativo condotto da Amin al Husseini e dai vertici del nazismo per dare vita ad un vasto e articolato programma di sterminio e di lotta armata sia nei confronti della comunità israelitica internazionale, che contro le democrazie occidentali. Oggi, però, grazie all’impegno di un gruppo di storici israeliani e statunitensi e alle testimonianze emerse dagli archivi segreti del Terzo Reich, del governo americano, inglese ed ex-sovietico, è possibile ricostruire con precisione (purché ne sussista la volontà, ovviamente) la trama e il contenuto di uno dei più scellerati complotti  mai progettati nel corso del XX secolo. Dopo anni di indagini e di studi, i ricercatori dell’istituto Simon Wiesenthal di Los Angeles sono riusciti a fare riemergere dagli archivi del controspionaggio nordamericano buona parte della corrispondenza segreta e dei diari personali del Gran Muftì di Gerusalemme e un certo numero di casse contenenti una voluminosa massa di documenti (in lingua araba e tedesca) attraverso la lettura dei quali è possibile fare luce sull’intera e complessa vicenda.
Dopo la caduta del muro di Berlino, gli studiosi israeliani e statunitensi (supportati anche da informazioni e suggerimenti forniti da colleghi inglesi, russi e serbi) hanno infatti passato al setaccio tutto il materiale e le testimonianze relativi all’attività di Husseini e dei gruppi arabi che, a cavallo degli anni Trenta/Quaranta, collaborarono attivamente con i nazisti. Nella fattispecie, la documentazione fa riferimento ai numerosi dossier redatti tra il 1936 e il 1945, dalla Kripo (la Polizia Criminale nazista) e dalla Gestapo, dalla Sezione Mediorientale dell’Abwehr (il Servizio Segreto tedesco diretto dall’ammiraglio Wilhelm Canaris); dal Dipartimento Affari Islamici e del “Centro Addestramento Elementi Mussulmani” delle Waffen SS (posto alle dirette dipendenze di Heinrich Himmler); dal “Comando Operazioni Oriente” della Divisione SpecialeBrandeburg; dal Sonderstab F del generale Helmut Felmy (organismo incaricato di arruolare nellaWehrmacht volontari mediorientali, nordafricani, ma anche transcaucasici e russo-asiatici) e dall’Arab Bureaudel dicastero degli Esteri di Joachim von Ribbentrop.
L’antisemitismo come ragione di vita
 
Amin al Husseini (chiamato anche Al-Haji Amin) nasce nel 1897, a Gerusalemme, da una famiglia molto religiosa che, fino dalla più tenera età, educa il figlio secondo i più rigidi precetti islamici. Dopo avere compiuto i suoi primi studi nella città natale, Amin li prosegue al Cairo e, in seguito, a Costantinopoli. Nel 1910, entra nell’esercito ottomano, venendo assegnato ad una scuola di artiglieria. Sembra che dopo le Guerre Balcaniche Husseini abbia completato in una scuola coranica la sua preparazione culturale e religiosa. Ancora molto giovane, Amin mostra simpatie nei confronti del Movimento Arabo che fa capo allo sceriffo de La Mecca Hussein, uno dei più importanti vassalli della Sacra Porta. Nel 1914, in seguito ad abboccamenti con i servizi segreti inglesi di base al Cairo e agli aiuti promessi dalForeign Office di Londra e dal Comando Supremo dell’Esercito inglese in Egitto, lo sceriffo inizia, infatti, a progettare una rivolta nazionalista araba con l’intento di liberare dal giogo ottomano la regione dell’Hegiaz, posta sotto il suo governo, e le città sante di Medina, La Mecca e Gerusalemme. Tra il 1914 e il 1918, Amin al Husseini segue e partecipa con interesse alla lotta condotta dallo sceriffo contro i turchi, fornendo, sembra, il suo appoggio alla causa attraverso attività segrete e di spionaggio. Nel marzo 1920, partecipa al Congresso panarabo di Damasco che proclama l’indipendenza dell’Iraq sotto il re Abdullah e della Siria sotto Feisal, uno dei figli dello sceriffo Hussein della Mecca. Nel successivo mese di aprile, Amin al Husseini aderisce all’organizzazione di una sommossa antiebraica in Palestina (regione posta sotto mandato britannico) e, in seguito alla creazione della Haganah (l’organizzazione armata di autodifesa ebraica), contribuisce a fondare diverse bande terroristiche antibritanniche, incominciando, nel contempo, a pianificare una strategia per “eliminare fisicamente tutti gli elementi sionisti dal territorio mediorientale“. Nel maggio 1921, Husseini fomenta nuove manifestazioni antisioniste in Palestina e, poco dopo, viene nominato Gran Muftì di Gerusalemme, la più alta carica religiosa dell’islam, acquisendo subito grande prestigio e potere. Nel 1925, favorisce segretamente la nascita dell’Associazione Armata Araba guidata dal fondamentalista siriano Izz al-din Qassam. Nell’agosto del 1929, Husseini dà la sua benedizione ad una delle più violente persecuzioni antiebraiche. Con l’intento di limitare il diritto di preghiera degli israeliti presso il Muro del Pianto di Gerusalemme e le visite alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, Husseini sobilla nuovamente la popolazione mussulmana, contribuendo, tra l’altro, alla soppressione della secolare comunità ebraica di Hebron.
Nel 1931, il Gran Muftì sostiene la nascita del Partito Arabo per l’Indipendenza, uno schieramento che reclama a gran voce l’unione politico-religiosa tra Palestina e Siria, regione posta sotto mandato francese. Nel 1933, dopo la salita al potere di Hitler in Germania, Husseini confida ai suoi discepoli e collaboratori di “intravedere un nuovo, radioso futuro“, e predice “l’avvento di una nuova era di libertà per i mussulmani di tutto il mondo“. Galvanizzato dai risultati delle repressioni antiebraiche messe in atto dai nazisti, il Gran Muftì, che ormai si avvale di un folto seguito di seguaci, scatena nuove rivolte a Jaffa, Haifa e Nablus.
Il 21 Luglio 1934, il Muftì di Gerusalemme compie il passo decisivo. Con lo scopo di stabilire uno stretto rapporto di cooperazione con il nazismo, si reca in visita al nuovo console generale tedesco di Palestina, Döhle. Nel corso dell’incontro, che verrà definito “molto cordiale e proficuo“, Husseini conferma il suo incondizionato sostegno alla Germania di Hitler, domandando al diplomatico “fino a che punto il Terzo Reich fosse disposto a sostenere il movimento arabo contro gli ebrei“. Ricevute soltanto vaghe assicurazioni in proposito, nel 1936, Amin al Husseini invia alcuni suoi collaboratori a Berlino per “intraprendere amichevoli contatti con i capi del movimento nazista“. E nel contempo, in Palestina, proclama la lotta armata contro le comunità ebraiche e le forze di occupazione inglesi, affidando il compito di dirigere la rivolta a Fawzi el Kawakij. Quest’ultimo, nel 1941, sosterrà assieme allo stesso Muftì il fallito colpo di stato anti-inglese del leader nazionalista iracheno Rashid Alì, e, successivamente, nel 1948, guiderà le truppe arabe irregolari contro il neonato stato di Israele. In occasione dei disordini del 1936, Husseini incita i mussulmani fondamentalisti ad attaccare anche le fazioni moderate islamiche, causando (secondo fonti britanniche) non meno di 4.000 morti.
Informati della rivolta dal console tedesco, il ministero degli Esteri e i vertici delle Waffen SS, iniziano a prestare maggiore attenzione all’attività del Muftì e dei suoi seguaci, pur mantenendo nei confronti del mondo islamico un atteggiamento di sostanziale diffidenza. Nel settembre 1937, due giovani ufficiali delle SS, Karl Adolf Eichmann (che diverrà in seguito il coordinatore supremo della “Soluzione Finale”) ed Herbert Hagen, vengono inviati a Gerusalemme per cercare di sondare il livello di affidabilità del Muftì e dei suoi collaboratori e, eventualmente, trovare i presupposti per una più concreta cooperazione politico-militare. L’ordine di Hitler è infatti quello di intensificare i rapporti tra nazismo ed islamismo radicale, ma di procedere con assoluta cautela. Pur reputando interessante l’opportunità di agganciare al carro nazista un elemento di prestigio come il Gran Muftì, il Führer – che non nasconde il suo disprezzo non soltanto per gli ebrei, ma anche per tutta la razza semita – non desidera, almeno per il momento, provocare una crisi mediorientale dai risvolti imprevedibili. Mentre i due agenti tedeschi si apprestato a partire per la Palestina, le autorità militari inglesi, che già da tempo indagano sulle attività sovversive del Gran Muftì, spiccano un mandato di cattura contro Amin al Husseini, costringendo quest’ultimo a darsi alla macchia. Tuttavia, una volta giunti ad Haifa, Eichmann e Hagen riescono egualmente a contattarlo. I colloqui segreti tra i due agenti e il Gran Muftì si rivelano abbastanza promettenti. Alla fine, Eichmann offre ad Husseini la protezione dei servizi segreti tedeschi e la fornitura di denaro, armi, munizioni ed esplosivi in cambio del suo impegno ad operare a fianco della Germania per debellare il “demone sionista“, ma anche per minare le fondamenta del dominio anglo-francese in Medio Oriente. Husseini non pone alcuna difficoltà, dichiarandosi “felice di cooperare per il trionfo di una giusta causa“, e promette di fare del suo meglio, coinvolgendo anche i leader delle comunità mussulmane di Siria, Transgiordania, Libano e Iraq.
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