THULE: STORIA DI UN MITO NORDICO

Di Giandomenico Bardanzellu *

La Tule di Pitèa, di Virgilio e di Goethe

Pitèa, geografo, commerciante ed eminente cittadino della colonia greco-focese di Massalia (Marsiglia) fu incaricato dalla sua città di compiere un viaggio di esplorazione al di là delle colonne d’Ercole al fine di aprire nuovi sbocchi commerciali a questa fiorente colonia greca del Mediterraneo Occidentale. La data dell’incarico è situata nella seconda metà del IV secolo A.C., fra il 340 ed il 325 A.C..

Pitèa scrisse un libro “Intorno all’Oceano” che andò perduto, probabilmente durante il primo rogo della biblioteca di Alessandria nel III secolo A.C. Il libro era però conosciuto dai suoi contemporanei (Eratostene, Dicearco da Messina ed altri). È pertanto grazie ad essi che si ebbero le prime notizie sul viaggio, che furono quindi trasmesse a scienziati come Plinio il Vecchio (I secolo D.C.) ed a geografi come Tolomeo di Alessandria (II secolo D.C.) che ne lasciarono dettagliate descrizioni giunte fino a noi.

Pitèa riuscì a eludere l’ostile sorveglianza dei Cartaginesi, che si opponevano con ogni mezzo all’espansione delle colonie greche nel Mediterraneo. Egli passò le colonne d’Ercole, entrò nell’Atlantico, risalì le coste della Spagna, della Francia ed entrò nella Manica. Rimase sbalordito dalla presenza di un’immensa isola alla sua sinistra. Uno storico americano del secolo scorso, Frank B. Goodrich, nel libro Man upon the Sea (Filadelfia, 1858) non esita ad attribuire la scoperta dell’Inghilterra a Pitèa: “…the discovery of Great Britain may be safely attributed to him” (…la scoperta della Gran Bretagna può con sicurezza essere attribuita a lui). Pitèa costeggia l’Inghilterra Orientale spingendosi sempre più a Nord e raggiungendo le Orcadi. Quivi ha contatti con gli abitanti, i quali gli dicono che “a sei giorni di navigazione verso Nord esistono ancora delle terre emerse, che nessuno conosce”. Lo avvertono che il mare diviene solido, che le nebbie fittissime ed i ghiacci insidiosi lo porterebbero alla perdizione, ma Pitèa lascia le Orcadi e punta a Nord, sempre più a Nord. Infine è obbligato ad invertire la rotta. Scriverà di avere raggiunto i confini settentrionali del Mondo, costituiti da un’isola che egli chiama Tule. (1)

Al suo ritorno a Marsiglia nessuno gli crede. Uno scrittore satirico, Antifane di Berge, narra di un paese così freddo che d’inverno le parole… gelavano, cosicché si potevano intendere solo dopo il disgelo. Si trattava di una parodia del libro di Pitèa. Strabone, famoso geografo, lo definì ancora tre secoli più tardi “…un mentitore di prima grandezza”. Ma Strabone commise un errore clamoroso: allo scopo di confutare le scoperte di Pitèa ne fece un’accurata descrizione, che giunse a Plinio, a Tolomeo ed anche a noi. L’analisi moderna ha potuto così riscontrare l’assoluta autenticità delle scoperte di Pitèa. La fama imperitura di cui Pitèa gode, ancora a 2300 anni di distanza dal suo viaggio, non era negli obbiettivi di Strabone.

Plinio il Vecchio, nato a Como nel 23 D.C. e morto nell’eruzione del Vesuvio nel 79 D.C., nel 2° Libro di Cosmologia della sua monumentale Naturalis Historia dice che, secondo Pitèa, “… nell’isola di Tule si avrebbero giorni di 6 mesi”. Nel 3° Libro di Geografia descrive delle isole a Nord dell’Inghilterra “Ultima omnium quae memorantur Tyle…” (l’ultima delle quali si ha ricordo è Tyle) “dove non esiste notte al solstizio estivo… e dove c’è il mare solidificato, che alcuni chiamano Cronio”. Infine nel 6° Libro della Geografia descrive la latitudine del parallelo più settentrionale allora ipotizzate, detto “scitico”, che andava dai monti Rifei (Urali) fino a Tule. Lungo esso “… nell’arco di un anno si alternano una lunga notte ad un unico giorno”.

Il grande Tolomeo (100-178 D.C.) compose due opere monumentali: l’Almagesto e la Geografia. La principale traduzione latina della Geografia fu fatta nel XV secolo da Jacopo Angelo, di cui chi scrive possiede una rara copia, corredata da carte geografiche policrome. Jacopo Angelo dedicò la sua opera al papa Alessandro V eletto dal Concilio di Pisa del 1409, ai tempi del Grande Scisma d’Occidente, probabilmente prima di sapere che Alessandro V sarebbe stato bollato dalla Storia come anti-papa.

Nella Tavola Europe Tabula Prima è rappresentata l’Irlanda (Hibernia), l’Inghilterra (Insula Britannica), le Orcadi (Orchades) e, molto spostata a Nord-Est rispetto alle Orcadi, compare una strana isola di colore verde (a differenza dal colore avorio e oro delle terre emerse, nonché dal profondo azzurro dei mari) sulla quale è scritto Thule Insula.

Ma dove infine è stata localizzata Tule dalla critica moderna? L’ipotesi più accreditata è che Tule sia il nome dato da Pitèa alle Isole Shetland, che sono a Nord-Est delle Orcadi. Esse sono però ben più vicine dei “sei giorni di navigazione” riportati da Plinio, anche per le navi di allora. In sei giorni Pitèa avrebbe potuto raggiungere le coste della Norvegia meridionale.

Se però fosse andato a Est direttamente (egli proseguì infatti il viaggio fino all’attuale Russia prima di ritornare in patria), Tule potrebbe essere lo Jutland, ossia la Danimarca. Ma in nessuno di questi luoghi vi sono “giorni di sei mesi”.

Ecco che durante il pre-romanticismo tedesco si ritenne che Pitèa avesse addirittura raggiunto l’Islanda.

La realtà è che non si sa affatto dove si trovasse la Tule di Pitèa. Tule è così entrata nella Poesia e nella Storia come il mitico, irraggiungibile Confine Nordico del Mondo.

Già trecento anni dopo così la vide Virgilio nelle Georgiche (scritte fra il 37 ed il 30 A.C.) quando nel Libro I, dopo la dedica a Mecenate invoca Cesare (Ottaviano Augusto) acciocché gli conceda “una facile rotta” ed “all’audace impresa acconsenta” augurandogli “destini divini” ed “obbedienza universale”: “Caesar…tibi serviat Ultima Tyle” (il Mondo…ti obbedisca, o Cesare, fino all’ultima Tule).

Questo luogo mitico non lasciò indifferente neppure Goethe, che nel 1774 scrive nelle Balladen la poesia Der König in Thule (con il famoso verso “…War treu bis an das Grab” “Fedel sino a l’avello” come tradusse Carducci, dove riappare la costante venerazione germanica per la Fedeltà). Nell’Opera Omnia di Goethe pubblicata da Ludwig Geiger a Berlino nel 1883 è riportato il seguente commento qui tradotto: “L’ultima Tule era presso gli Antichi una fantastica isola, che si sarebbe trovata nel Mare di Nord-Est, agli estremi confini delle terre conosciute”. La Tule piteana era ormai scomparsa dalle carte geografiche ed era diventata una categoria dello spirito, mantenendo solo nel nome il ricordo del suo primo scopritore. (2)

Gli ordini germanici e 1’ariosofia

Nella seconda metà del secolo XVIII alcuni scrittori e poeti tedeschi diedero luogo al movimento letterario passato alla Storia come Sturm und Drang (traducibile, con una certa improprietà, come “Tempesta ed Impeto”), movimento pre-romantico che derivò il nome da un’opera del 1776 del drammaturgo Friedrich Maximilian von Klinger “Der Wirrwarr, oder der Sturm und Drang” (Il Vortice, ovvero la Tempesta e l’Impeto). Ad esso appartennero nomi eccelsi come Goethe, Schillér, Herder e molti altri protagonisti della rivolta letteraria germanica contro il razionalismo.

Tema centrale, con diverse varianti poetiche e letterarie, era la comune identità dei Tedeschi nell’antica Storia dei Germani, riflessa negli usi e costumi, nella lingua, nella letteratura, nelle canzoni e leggende popolari. Si riscopriva l’identità spirituale tedesca, lontana dalla realtà politica dell’epoca.

Questa struggente e ricorrente insistenza su di un glorioso e leggendario passato, sulle antiche tradizioni Runiche e Germaniche diede a quei movimenti letterari un carattere mitologico, che raggiunse nel XIX secolo altissime vette poetiche nonché musicali come nella Tetralogia di Richard Wagner.

I Tedeschi vivevano in un mosaico di piccoli Regni, Principati, Ducati, Marchesati, Contee, i cui reggitori si curavano principalmente dei propri interessi locali, con innumerevoli problemi di confini, regolamenti e trattati. Questi Stati costituivano, assieme alla Prussia ed all’Austria ed, in origine, anche alla Francia, il Sacro Romano Impero, fino alla dissoluzione di esso ad opera di Napoleone che si proclamò Imperatore di Francia nel 1804, ed indusse l’Imperatore d’Austria Francesco I a rinunciare per sempre al titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero nel 1806.

Le speranze dei nazionalisti tedeschi furono amaramente deluse dal Congresso di Vienna del 1815 che ristabilì gli antichi Stati e mantenne la separazione di Austria e Prussia. Anche le rivoluzioni del 1848 non condussero all’agognata Unità Politica dei popoli germanici. Si accentuò così l’aspirazione culturale ed intellettuale dei tedeschi verso questa Unità. Ciò era particolarmente sentito in Austria, dove i Tedeschi dovevano convivere con forti minoranze slave ed ebraiche. Le dispute sulla suddivisione dei territori appartenuti alla Danimarca, sconfitta da Prussia ed Austria nel 1864, non erano condivise dai nazionalisti di entrambe le Nazioni, ma condussero alla guerra austro-prussiana ed alla rovinosa sconfitta dell’Austria nel 1866. Poco dopo la sconfitta della Francia nel 1870, la costituzione del 2° Reich da parte di Bismarck nel 1871 nuovamente deluse le ambizioni dei nazionalisti tedeschi perché l’Austria era esclusa da tale 2° Reich. È noto che l’Austria dovrà attendere fino al 1938 prima di potersi ricongiungere alla Germania nell’ambito del 3° Reich.

La divisione dei Tedeschi continuava così a sussistere. Razzismo ed Elitarismo si fecero strada.

Antropologi e Linguisti si dedicavano allo studio delle razze, ad ognuna della quali venivano attribuite particolari qualità fisiche e morali. Il Darwinismo emergente divenne il “Socialdarwinismo”, che venne adottato al fine di dimostrare la legittima superiorità di alcune razze sulle altre, in particolare della razza Ariana (da ARYA, vocabolo sanscrito che significa Signore, Dominatore) su tutte le altre razze. Nacquero e si moltiplicarono i cosiddetti “Germanen Orden” (Ordini Germanici) specie di Società Segrete e di Ordini pseudoreligiosi. Nelle riunioni gli adepti, tutti romantici nazionalisti, vagheggiavano un’Età dell’Oro preistorica, una Teocrazia nella quale saggi ed eruditi sacerdoti, adoratori degli antichi Dei germanici (Wotanismo) insegnavano teorie razziste e nazionaliste. Le antiche iscrizioni runiche fornivano i simboli per queste occulte liturgie che includevano anche rudimentali segni che ricordavano la svastica. I sacerdoti governavano società razzialmente pure costituite da Ariani.

Per opera di Guido von List, studioso di lingua runica, cultore di araldica, semiologia ed occultismo, nacque l’Ariosofia, la scienza occulta degli Arii, che influenzò profondamente gli Ordini Germanici ed i circoli letterari e filosofici dell’Austria e della Germania guglielmina. Nato nel 1848 e vissuto in Austria fino alla fine della prima Guerra Mondiale, Guido von List godette di grande stima da parte dei circoli accademici e letterari. Gli Ariosofi ritenevano che una congiura pilotata dalle forze e dagli interessi anti-tedeschi si fosse posta come obbiettivo la distruzione del mondo germanico originario al fine di porre i tedeschi (Ariani) allo stesso livello dei non-tedeschi (non-Ariani) in nome di un criminale egualitarismo. Le forze anti-tedesche venivano storicamente identificate nell’Impero Romano, negli Ebrei e nella Chiesa Cattolica. La mescolanza di razze che derivò dal parziale successo di questa congiura sarebbe stata all’origine delle guerre e delle miserie dei nostri giorni. L’Ariosofo aveva lo scopo di combattere questi mali e di rigenerare l’antica sapienza assieme alla rinascita delle virtù dei primi Germani, con l’obbiettivo finale di ricostituire il Reich Millenario pangermanico, razzialmente puro, di cui profetizzavano gli antichi sacerdoti. Guido von List, Lanz von Liebenfels, Georg Ritter von Schönerer, furono gli esponenti più influenti dell’Ariosofa, assieme ad altri scrittori, poeti e storici dell’epoca.

*Thule. Storia di un mito nordico – “L’Uomo Libero” – Numero 49 del 01/05/2000

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://forum.termometropolitico.it/71267-thule-storia-di-un-mito-nordico-di-giandomenico-bardanzellu.html

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