Luigi G. De Anna, Thule: Le fonti e le tradizioni

Rimini, Il Cerchio, 1998, pagg. 125

Recensione di Walter Catalano

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Tutto cominciò con Pitea di Massalia, navigatore greco vissuto presumibilmente intorno alla metà del IV secolo a.C. e con la sua relazione di viaggio, Dell’Oceano, pervenutaci solo frammentariamente. Partito dalla città nativa, l’attuale Marsiglia allora greca, seguendo la rotta cartaginese dello stagno, Pitea costeggia Spagna e Bretagna, attraversa la Manica e oltrepassa la Scozia, prosegue per sei giorni in mare aperto per giungere ad un’isola oltre la quale si stende il mare congelato: la chiama Thule. Al solstizio d’estate, in quella terra remota, il sole resta visibile per ventiquattro ore al giorno, il clima è rigido e le condizioni di vita estreme, ma l’isola è abitata da un popolo civile che pratica allevamento ed agricoltura.

Storici e geografi antichi, da Polibio a Strabone a Eratostene, da Plinio a Tacito, riprendono le notizie di Pitea ora per smentirle ora per amplificarle: Thule diventa sinonimo di lontananza, di limes, ultima propaggine conoscibile protesa verso l’ignoto, luogo geometrico del totalmente altro.

Si susseguono nei secoli i tentativi di identificarla con una terra reale: l’Islanda o la Norvegia centromeridionale, le isole Shetland o le Orcadi, perfino l’Estonia o la Finlandia. Per un verso o per l’altro nessuno spazio fisico riesce a materializzare il modello ideale: Thule resta indefinita ed indefinibile.

Più dei geografi possono poeti e filosofi: il mito di Thule si perpetua in epoca classica e per tutto il Medioevo. Virgilio nelle Georgiche le attribuisce per la prima volta l’aggettivo che le diverrà abituale, ultima; Seneca la nomina nel secondo coro della Medea; così fanno, con toni e valenze analoghi, Claudiano, Prudenzio e Boezio. Se però, nel contesto classico, ultima Thule sta per isola-confine dell’orbe terracqueo, che resta comunque nell’al di qua del nostro mondo, nel Medioevo invece va a situarsi al di fuori di esso, nel limbo imaginale che la accoglie accanto ad altre terrae incognitae come le isole dei Beati, le isole Fortunate, il regno del Prete Gianni, l’Avalon dei Bretoni, ecc.

In ambito medioevale la ricordano Procopio di Cesarea nella Guerra Gotica, Saxo Grammatico, Brunetto Latini nel Trèsors, Petrarcanella Canzone 146. Lo stereotipo poetico di Thule come finis terrae viene ripreso fino ai tempi di Torquato Tasso.

Sempre meno però interessa la collocazione geografica e l’attendibilità “scientifica” dei dati riferiti all’isola misteriosa e sempre più invece acquista spessore la nozione mitica e simbolica di terra posta sempre al di là dell’orizzonte, terra dove il sole resta fermo nel cielo. Sempre meno emerge la valenza spaziale (lontananza, irraggiungibilità) e sempre più quella temporale (frattura dell’equilibrio fra notte e giorno, fra stagione e stagione). Thule, posta in uno spazio altro, si muove in un tempo altro: il viaggio verso Thule, verso un Nord ipotetico non indicabile dalle bussole, diventa viaggio fuori dal tempo, viaggio verso l’immortalità. In questa chiave il mito di Thule può sopravvivere e perpetuarsi anche nell’epoca delle grandi scoperte geografiche, delle esplorazioni dei Colombo e dei Caboto. Se l’estensione e la precisazione dei confini dell’ecumene ed il conseguente sviluppo della cartografia, da un lato, la riducono ad ombra delle reali isole-ponte fra Vecchio e Nuovo Mondo -l’Islanda, la Groenlandia, le Faeroer- dall’altro sanciscono definitivamente l’assunzione di Thule nell’iperuranio platonico delle idee e dei simboli. Thule non è più, non può più essere ultima, ma resta, in modo ormai incontestabile, assolutamente altra.

È in questo nuovo contesto ed in particolare con l’ibridazione del suo mito con quelli portati in auge dall’avvento del Romanticismo, che Thule subisce una fondamentale metamorfosi. La ricerca romantica dell’Urvolk, il popolo primigeneo, gli studi sulle radici etniche e linguistiche indoeuropee, che indicano il Nord come sede originaria delle civiltà d’Europa, portano all’identificazione di Thule con la Terra degli Iperborei, patria dei culti solari che diffusero la luce della civiltà Arya. È verso questa ipotetica Vaterland che si rivolge la sensuchtromantica, non luogo spaziale ma patria perduta nel tempo: così Brentano e Von Arnim, Hoelderlin e Novalis, così la generazione successiva dei Wagner e dei de Gobineau. Nasce in questo modo il mito moderno, iperboreo, di Thule: Nietzsche lo alimenterà all’inizio deL’AnticristoGuardiamoci in viso: Noi siamo iperborei […] “Nè per terra, nè per acqua troverai la via che conduce agli Iperborei”: questo già Pindaro sapeva di noi. Al di là del Nord, dei ghiacci, della morte – la nostra vita, la nostra felicità.»); G. B. Tilak, alla fine del secolo scorso, seguirà con il suo Origine polare della tradizione vedica i percorsi fantasiosi della presunta tradizione solare degli Arya, nei Veda e nell’Avesta; il misterioso Geticus (presumibilmente il diplomatico rumeno Vasile Lovinescu), negli anni trenta del nostro secolo, imbastirà con La Dacia Iperborea l’ennesimo pastiche “tradizionale” che vorrà ripercorrere le ipotetiche migrazioni degli iperborei verso meridione e verso oriente, dalla sede originaria fino al corso del Danubio. Anche René Guénon contribuisce alla composizione del mosaico con Il Re del Mondo scrivendo:

«La denominazione “isola dei quattro Signori” […] era attribuita, in tempi anteriori, a un’altra terra. […] Ogigia o piuttostoThule, che fu uno dei più importanti centri spirituali o addirittura il centro supremo, durante un certo periodo […] il nome Tulafu dato a regioni molto diverse, poiché ancora oggi lo si ritrova sia in Russia sia in America centrale; è probabile che ciascuna di queste regioni sia stata, in epoca più o meno lontana, sede di un potere spirituale che era una sorta di emanazione di quello della Tula primordiale […] bisogna distinguere la Tula atlantidea dalla Tula iperborea, ed è quest’ultima che, in realtà, rappresenta il centro primo e supremo per l’insieme del Manvantara attuale; essa fu l’ “isola sacra” per eccellenza e […] tutte le altre “isole sacre” che sono designate ovunque da nomi di significato identico, non furono che sue immagini».
Come quasi sempre gli fa eco Julius Evola in Rivolta contro il Mondo Moderno:

«Secondo le tradizioni greco-romane Thule si sarebbe trovata nel mare che reca appunto il nome del dio dell’età dell’oro, nel Mare Cronium, corrispondente alla parte settentrionale dell’Atlantico: né diversa localizzazione, in tradizioni più tarde, fu data talvolta a ciò che passò nel simbolo e nella superstoria nella forma di Isole Fortunate e Isole degli Immortali o dell’Isola Perduta. […] Con Thule si confonde dunque sia il leggendario paese degli Iperborei, posto nell’estremo nord, da cui i ceppi achei originari portarono l’Apollo delfico; sia l’isola Ogygie, “ombelico del mare” […] prossima al luogo artico ove vive ancora, immerso nel sonno, Kronos, il re dell’età aurea […] luogo di luce perenne e senza tenebre. […] Ed anche quando l’età dell’oro si proiettò nel futuro come speranza in un nuovo saeculum, non mancarono riemergenze del simbolo nordico: dal nord[…] sarà da attendersi, per esempio, secondo Lattanzio, il Principe possente che ristabilirà la giustizia dopo la caduta di Roma; nel nord “rinascerà” l’eroe tibetano, il mistico invincibile Guesar a ristabilire un regno di giustizia e a sterminare gli usurpatori; in Shambala, sacra città del nord, nascerà il Kalki-avatara, colui che porrà fine alla “età oscura”; l’Apollo iperboreo, secondo Virgilio, inaugurerà una nuova età dell’oro e degli eroi nel segno di Roma; e così via».

Nel solco di questa interpretazione profetica e millenarista del mito si può collocare la Thule Gesellschaft fondata nel 1918 a Monaco di Baviera dal sedicente barone Rudolf von Sebottendorf (in realtà si chiamava Glauer ed era figlio di un ferroviere): nazionalista, razzista, nutrito di Wagner, De Gobineau e Nietzsche ma con in più pretese esoteriche legate ad improbabili massonerie sufiche turche, il fittizio aristocratico si dichiarava disposto a combattere «finchè la svastica non sorgesse vittoriosa dalla gelida oscurità». Nonostante Hitler lo includesse fra i «vaneggianti accademici voelkisch», la sua influenza sul nazismo, almeno a livello simbolico ed iconografico, è indubbia anche se certamente non così forte come Sebottendorf sensazionalisticamente pretendeva nel suo libro del 1933 Bevor Hitler kam.
Analoga influenza sul caporale austriaco avrà anche un altro eccentrico personaggio: lo pseudo-scienziato Hans Horbiger e la suaGlazialcosmogonia, che poneva la chiave dinamica dell’universo nella perenne lotta cosmica fra ghiaccio e fuoco. Il grande giorno e la grande notte di Thule di nuovo riemergevano: l’incubo dualistico di Nord e Sud, di Apollo e Dioniso. I risultati che questi, pur affascinanti, deliri hanno prodotto li conosciamo bene: fare esperimenti con i simboli, scatenare forze archetipiche di tale potenza è una forma di quello che gli antichi chiamavano goetia, stregoneria, commercio con i demoni. Un gioco pericoloso in cui è più facile perdere che guadagnare.

Così è almeno finché si resta al di qua della gabbia discriminante del Bianco e del Nero, della Luce e del Buio. Thule, come ogni simbolo primario, rimanda all’unità, al superamento degli opposti: il veleno diventa il farmaco. Prendendo a prestito la terminologia del sankhya indù, potremmo dire che, al di là della monolitica stasi del tamas, del ribollimento magmatico del rajas, il nucleo essenziale di un simbolo, contenendo e travalicando entrambi i termini dell’antitesi, indica il sattva, l’equilibrio luminoso, la pace dinamica dell’unione.

Meglio restare lucidi e concreti allora, meglio investigare serbando i piedi ben radicati al suolo, senza cedere alla forte tentazione di lasciarsi prendere dalla corrente. In questo senso il libro di De Anna è un’indagine esemplare su tutti gli aspetti, bianchi e neri, del mito: un’utile mappa che potrà condurre l’incauto viaggiatore sulla soglia del paese ignoto, non per perdersi fra le brume ed i ghiacci ma per fare ritorno sano e salvo, accresciuto di conoscenza e di cose da raccontare come il vecchio Pitea.

Come estremo viatico, antidoto ad ogni residua romanticheria, basterà l’amara ironia conclusiva dell’autore. Le vestigia fino a ieri ancora dirompenti di un mito e di un nome, nel mondo attuale, sono confinate nell’angusto ambito di un opuscolo pubblicitario:

«Una casa sulle Dolomiti con 14 milioni. Al sole di Thule. Il sole degli iperborei è ora finalmente accessibile a tutti, a prezzi modici».

FONTE:http://www.estovest.net/letture/thule.html

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