JUNG “PROFETA ARIANO”: LA DISCUSSA TESI DELLO STORICO E PSICOLOGO RICHARD NOLL

Di Maria Mapelli
Richard Noll, nel proporre la seconda edizione di Jung, il profeta ariano, non ha cambiato di una virgola l’assetto e le conclusioni della prima stesura, nonostante il suo sia stato uno di quei libri che hanno lasciato il segno, suscitando reazioni forti e polemiche vivacissime.
Nella paginetta di apertura, destinata ai ringraziamenti, l’autore confessa di aver agito, né più né meno, che come un correttore di bozze, limitandosi a eliminare “errori di ortografia, omissioni involontarie e piccole inesattezze”. Per il resto, tutto come prima ma, cosa non secondaria, con una certezza in più: “Tutte le conclusioni sostenute e documentate nella prima edizione restano valide e, a mio avviso, trovano conferma nella reazione suscitata dall’opera in persone che continuano a preferire l’agiografia alla storia”.
Preferire l’agiografia alla storia…
E’ interessante capire cosa fa così paura nelle tesi di Noll, tanto da spingere alcuni studiosi ad aspre polemiche nei confronti di questo lungo, complesso e articolato studio scritto da uno psicologo clinico che è anche docente di Storia della Scienza all’Università di Harvard
Probabilmente, ciò che disturba è proprio il taglio non teoretico dell’analisi. Richard Noll, infatti, ha restituito all’indagine storica la figura del padre fondatore della psicologia analitica, Carl Gustav Jung, sottraendo, in definitiva, le sue idee al dibattito teorico e ideologico. Non sempre, lo si sa, gli analisti — ma questo discorso potrebbe valere anche per non pochi scienziati e filosofi — accettano di misurarsi serenamente con i contributi di un approccio storico-critico alla loro disciplina.
Per Richard Noll Jung non è nazista. Non c’è nessun passaggio, nel libro, che ci autorizzi a collegare strettamente la storia personale e intellettuale del grande psicoanalista con quella del movimento politico nazifascista e con le nefandezze dell’olocausto.
Detto questo, Jung resta, per Noll, in primo luogo un profeta e in secondo luogo un profeta ariano.
Profeta perché i cardini del suo pensiero non poggiano, a parere di Noll, su assunti scientifici condivisi, rigorosi e verificabili. Profeta perché il suo pensiero assume i caratteri di una nuovareligione, che comporta un culto tributato allo stesso Jung, il quale, fin dal 1913, esercita tra i suoi seguaci un’influenza strettamente collegata al suo personale fascino carismatico. Nelle esperienze visionarie di quell’anno, egli, come ci ricorda l’autore, diviene un tutt’uno con il dio, seguendo la traccia degli antichi misteri teutonici ed ellenistici e dei loro riti iniziatici di passaggio.
Un nodo centrale, questo, nell’opera di Noll, che documenta con precisione quanto avvenuto nel 1913: “visioni”, ruoli e simboli poi rimasti nascosti, a seguito dell’affermarsi dei crimini del nazionalsocialismo, che indussero lo stesso Jung ad una revisione della propria simbologia.
La nuova religione comportò precise modalità di culto che scandiscono la storia del movimento junghiano e che sono attestate dall’organizzazione che si consolidò attorno alla figura del padre fondatore: la trasmissione del sapere avviene nel segreto di associazioni che postulano l’esistenza di un nemico esterno, che promettono agli iniziati un percorso che dall’inferno porta alla rinascita ed alla conseguente creazione di un’élite culturale innovatrice e rivoluzionaria.
Il “profeta” Jung è tuttavia per Noll un profeta ariano, così come risulta dalla documentata ricostruzione degli anni cruciali della formazione dello psicanalista (dal 1911 al fatidico 1912, l’anno del distacco da Freud, fino alle visioni del 1913). Tale formazione non è comprensibile al di fuori del clima dell’Europa fin de siècle e del complesso intreccio culturale che da più parti contribuisce all’affermazione dell’esistenza di un’originaria razza ariana che servirà — proprio in quanto emblema di una mitica età dell’oro – a smantellare e poi a demolire le certezze di coloro che guardavano al mondo con gli occhiali della vecchia e conservatrice religione del dio dei semiti.
In questo senso Jung è profeta ariano. Al di là dei successivi nascondimenti e della maturazione di simbologie diverse, a seguito, come si è detto, dei crimini nazisti [indicativa, in questo senso, la revisione delle metafore neopagane nel suo saggio su Wotan (1939)], egli fondò un sapere la cui fisionomia è stata profondamente marchiata dal contesto politico e culturale.
Contro il postulato positivista – che riduceva il funzionamento psichico al sistema della fisica meccanicistica e che arrivava a postulare la degenerazione come fattore genetico ereditario — Jung opta per sistemi di pensiero elitari: sistemi di pensiero caratterizzati dall’esaltazione dell’individualità, del genio e dell’intuizione ed inclini a privilegiare il ruolo di una nuova “aristocrazia” culturale, alla quale viene affidato un compito rivoluzionario di rinnovamento e di rinascita. A questo complesso intreccio appartiene anche l’affermarsi dell’occultismo e dell’ellenizzazione della cultura tedesca, che recupera la mitologia legandola ai riti di iniziazione ed ai culti misterici.
Il ritorno al passato precristiano, sostenuto dagli scavi archeologici e dagli studi di mitologia, mira a sostituire il dio trascendente e semita del cattolicesimo tedesco ed europeo con un culto neopagano di un dio interiore e ariano, la cui simbologia – nei movimenti che opereranno politicamente su queste basi — sarà al centro della propaganda neonazista, che farà del sole, della svastica e dellaruna un culto e un linguaggio per affermare la superiorità della razza ariana sulle altre.
“Il punto in comune” – scrive Noll – tra pensiero junghiano e nazionalsocialismo “sta nel fatto che entrambi promuovevano una Weltanshaung fondata: 1) sul simbolismo germanico tradizionale del misticismo volkish 2) sul nietzschianesimo nel senso elitario e pseudoliberatorio […]. Entrambi offrono agli uomini di ceppo prioritariamente ariano quella che Stern definisce una promessa di miracolo, mistero, autorità“.
Un ben preciso marchio storico pesa dunque sulla costruzione di concetti quali l’inconscio collettivo: esso rinvia al misticismo volkish del culto solare e, scrive Noll, “affonda le sue radici nella convinzione che in ciascuno di noi sia presente uno strato ancestrale precristiano (o razziale o filogenetico) della mente inconscia con il quale si può entrare in contatto e delle cui immagini si può fare esperienza”.
Lo strato ancestrale precristiano è, in realtà, quello già scritto e propagandato dai movimenti neopagani di fine Ottocento: quello che parla nei sogni dei pazienti dello psichiatra, che utilizzano simboli e miti già ben descritti da Creuzer in Symbolik und Mythologie (la guida enciclopedica che Jung e i suoi assistenti useranno per verificare nel 1909 la presenza di uno strato filogenetico tra i degenti del Burgholzli).
E i pazienti diventeranno, con i loro sogni ariani, la prova vivente della simbologia solare e dell’esistenza dell’inconscio collettivo.
E qui il circolo si chiude: i miti ariani, datati storicamente, diventano un qualcosa che si postula invece sia da sempre esistito. Quei miti, riscoperti per dare un volto alla razza ariana, perdono le loro radici nel tempo per diventare una leva concettuale al di fuori del tempo, in grado di scardinare da un lato la scienza ufficiale del XIX secolo – che vorrebbe l’individuo segnato dall’ereditarietà e perciò, se geneticamente degenerato, non salvabile – e dall’altro lato il dio semita, trascendente e inarrivabile dei cristiani rispetto al quale si afferma la possibilità dell’autodeificazione.
La parte finale del provocatorio libro di Richard Noll riguarda il presente, cioè la “subculturajunghiana” dei nostri giorni: ciò che resta di un lungo processo iniziato con la deificazione che Jung fece di se stesso e proseguito, dopo la morte del padre fondatore, con l’investitura dei successori, attraverso la modalità del “carisma istituzionale o carisma d’ufficio” (categorie che Noll prende a prestito da Max Weber per indicare le modalità di trasmissione della leadership carismatica).
Ogni analista che oggi voglia dirsi junghiano lo può fare solo se, come già negli anni Venti, stipula una sorta di contratto con Jung o con un analista da lui autorizzato e versa il relativo onorario: “Oggi è necessario pagarsi diversi anni d’analisi (in genere un centinaio di ore per un costo che va dai 10mila ai 15mila dollari) soltanto per poter presentare domanda di ammissione ad un istituto di formazione junghiano riconosciuto, il quale esigerà ancora dai sei ai dieci anni di formazione (analisi, letture di testi junghiani e, in qualche istituto, studio di scienze occulte quali l’astrologia, la chiromanzia, l’ I Cing e altri metodi intuitivi) il tutto per un costo ulteriore di circa 100mila dollari”.
Drastica e perentoria la conclusione dell’autore: “Lo status di analista junghiano equivale sostanzialmente ad una licenza di vendita che è possibile acquistare”.
La forza rivoluzionaria del profeta ariano si è dunque normalizzata ed è stata assorbita da logiche di mercato. Una considerazione che comunque, secondo Noll, non mette la parola fine alla possibilità che ci sia un ben diverso epilogo per il movimento junghiano: una sorta di lieto fine potrebbe darsi, tuttavia, solo se si restituisse con chiarezza a Jung il ruolo di profeta del XX secolo. “Solo la storia dirà — questa la conclusione — se la religione nietzschiana di Jung vincerà infine il suo Kulturkampfe sostituirà al cristianesimo la sua religione personale del futuro”.
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