IL SIGNIFICATO ORIGINALE E LE DUE TIPOLOGIE DELLA SVASTICA SECONDO RENÉ GUÉNON

Di Giuliano

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Nella nostra vita quotidiana usiamo parole, segni e simboli che pensiamo di conoscere, che ci sembrano familiari. In questi casi, ho imparato a non fidarmi della troppa familiarità con segni e simboli, e con le parole: consultare un dizionario, cercare un’etimologia, avere sottomano un buon libro, è sempre utile e spesso indispensabile.
Comincio con uno dei simboli più famosi, la svastica: la prima sorpresa è che uno dei più grandi studioso di Storia delle Religioni, René Guénon, ne parla al maschile: lo svastica.
E’ una parola antichissima, un simbolo che si può vedere addosso al Dalai Lama, e che io ho trovato al Museo di Heraklion, a Creta, su un vaso dell’epoca minoica. Può stupire, ma è un simbolo in origine positivo: Guénon ci ricorda però che esistono due tipi di svastica, e invita a fare attenzione al senso di rotazione. (Per capire bene questo concetto, se non ci avete mai pensato, forse vi conviene provare ad aprire e chiudere un vasetto di marmellata: o di sottaceti, secondo quello che più vi piace.)


Da “Simboli della Scienza sacra” di René Guénon, editore Adelphi.
capitolo VIII: L’idea del Centro nelle tradizioni antiche
(…) Lo swastika è lungi dall’essere un simbolo esclusivamente orientale come si crede talora; in realtà, è uno di quelli più generalmente diffusi, e lo si incontra quasi dappertutto, dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente, poiché esiste persino tra certi popoli indigeni dell’America del Nord.
Al giorno d’oggi, è conservato soprattutto nell’India e nell’Asia centrale e orientale, e probabilmente solo in quelle regioni se ne conosce ancora il vero significato; tuttavia anche in Europa non è interamente scomparso. In Lituania e in Curlandia, i contadini tracciano ancora questo segno nelle loro case; molto probabilmente non ne conoscono più il senso e vi scorgono solo una specie di talismano protettore; ma la cosa forse più curiosa è che essi gli danno il suo nome sanscrito di swastika.
Nell’antichità, troviamo questo segno in particolare tra i Celti e nella Grecia pre-ellenica; e, sempre in Occidente, come ha detto Charbonneau-Lassay, esso fu anticamente uno degli emblemi di Cristo, e restò in uso come tale fin verso la fine del Medioevo. Come il punto al centro del cerchio e come la ruota, questo segno risale incontestabilmente alle ere preistoriche; e da parte nostra non esitiamo a scorgervi un vestigio della tradizione primordiale.
Ma non abbiamo ancora esaurito la serie dei significati del Centro: se esso è anzitutto un punto di partenza, è anche un punto d’arrivo; tutto è derivato da esso, e tutto deve alla fine ritornarvi. Poiché tutte le cose esistono grazie al Principio e non potrebbero sussistere senza di esso, dev’esserci tra questo e quelle un legame permanente, raffigurato dai raggi che uniscono il centro con tutti i punti della circonferenza; ma tali raggi possono essere percorsi nei due sensi : dal centro alla circonferenza, e dalla circonferenza, di ritorno, verso il centro. Si direbbero due fasi complementari, la prima delle quali è rappresentata da un movimento centrifugo e la seconda da un movimento centripeto; queste due fasi possono esser paragonate a quelle della respirazione, secondo un simbolismo al quale si riferiscono spesso le dottrine indù; e, d’altra parte, vi si ritrova anche un’analogia non meno notevole con la funzione fisiologica del cuore.
Infatti, il sangue parte dal cuore, si diffonde per tutto l’organismo vivificandolo, poi ritorna al cuore; la funzione di quest’ultimo come centro organico è dunque veramente completa e corrisponde esattamente all’idea che dobbiamo farci, in modo generale, del Centro nella pienezza del suo significato.
Tutti gli esseri, che dipendono dal loro Principio in tutto quel che sono, devono, consciamente o inconsciamente, aspirare a ritornare verso di esso; questa tendenza al ritorno verso il Centro possiede anche, in tutte le tradizioni, la sua rappresentazione simbolica.
Vogliamo parlare dell’orientazione rituale, che è propriamente la direzione verso un centro spirituale, immagine terrestre e sensibile del vero “Centro del Mondo”; l’orientazione delle chiese cristiane non ne è in fondo che un caso particolare e si riferisce essenzialmente alla stessa idea, comune a tutte le religioni. Nell’Islam, quest’orientazione (qibla) è quasi la materializzazione, se così possiamo dire, dell’intenzione (niyya) in forza della quale tutte le potenze dell’essere devono esser dirette verso il Principio divino; e si potrebbero facilmente trovare molti altri esempi.
Ci sarebbe molto da dire su tale questione; avremo senza dubbio altre occasioni di tornarvi sopra nel seguito di questi studi; ci accontentiamo quindi, per il momento, di accennare brevemente all’ultimo aspetto del simbolismo del Centro. In sintesi, il Centro è al tempo stesso il principio e la fine di tutte le cose; è, secondo un simbolismo conosciutissimo, l’alpha e l’omega. Meglio ancora, è il principio, il mezzo e la fine; e questi tre aspetti sono rappresentati dai tre elementi del monosillabo Aum, al quale Charbonneau-Lassay aveva alluso in quanto emblema di Cristo e la cui associazione allo swastika, tra i segni del monastero dei Carmelitani di Loudun, ci sembra particolarmente significativa.
Infatti, questo simbolo, molto più completo dell’alpha e dell’omega, e suscettibile di assumere significati che potrebbero dar luogo a sviluppi pressoché indefiniti, è, per una delle concordanze più straordinarie che si possano incontrare, comune all’antica tradizione indù e all’esoterismo cristiano del Medioevo; e, in entrambi i casi, è ugualmente e per eccellenza un simbolo del Verbo, che è realmente il vero ‘Centro del Mondo’.

(…) Una delle figure più sorprendenti, nelle quali si riassumono le idee che abbiamo appena esposto, è quella dello swastika (figg. 5 e 6), che è essenzialmente il “segno del Polo”; pensiamo per altro che finora nell’Europa moderna non se ne sia mai fatto conoscere il vero significato.
Si è cercato vanamente di spiegare questo simbolo con le teorie più fantasiose, giungendo addirittura a vedervi lo schema di uno strumento primitivo destinato alla produzione del fuoco; in verità, se esso ha talvolta un certo rapporto con il fuoco, è per tutt’altra ragione.
Il più delle volte, se n’è fatto un segno “solare”, cosa che esso è potuto divenire soltanto accidentalmente e in modo abbastanza indiretto; potremmo ripetere qui quel che dicevamo prima a proposito della ruota e del punto al centro del cerchio.
I più vicini alla verità sono stati quelli che hanno ritenuto lo swastika un simbolo “del movimento”, ma anche questa interpretazione è insufficiente, poiché non si tratta di un movimento qualunque, ma di un movimento di rotazione che si compie intorno a un centro o a un asse immutabile; ed è precisamente il punto fisso l’elemento essenziale a cui si riferisce direttamente il simbolo in questione.
Gli altri significati sono tutti derivati da quello : il Centro imprime il movimento a ogni cosa e, siccome il movimento rappresenta la vita, lo swastika diventa per ciò un simbolo della vita, o, più esattamente, della funzione vivificante del Principio in rapporto all’ordine cosmico.
Se confrontiamo lo swastika con la figura della croce inscritta nella circonferenza (fig. 2), possiamo renderci conto che sono, in fondo, due simboli equivalenti; ma la rotazione, invece di esser rappresentata dal tracciato della circonferenza, è indicata nello swastika soltanto dalle linee aggiunte alle estremità dei bracci della croce e formanti con essi degli angoli retti; queste linee
sono delle tangenti alla circonferenza, che segnano la direzione del movimento nei punti corrispondenti. Poiché la circonferenza rappresenta il Mondo, il fatto che essa sia per così dire sottintesa indica assai chiaramente che lo swastika non è una figura del Mondo, bensì dell’azione del Principio in rapporto al Mondo.
Se si riferisce lo swastika alla rotazione di una sfera quale la sfera celeste intorno al suo asse, occorre supporla tracciata nel piano equatoriale, e allora il punto centrale sarà la proiezione dell’asse su questo piano, che gli è perpendicolare. In quanto al senso della rotazione indicata dalla figura, la sua importanza è soltanto secondaria; di fatto, si incontrano entrambe le forme da noi sopra riprodotte, e questo senza che sia necessario vedervi sempre un’intenzione di stabilire fra di esse una qualche opposizione?
Sappiamo bene che, in certi paesi e in certe epoche, si sono potuti produrre degli scismi i cui seguaci hanno volontariamente dato alla figura un’orientazione contraria a quella in uso nell’ambiente da cui si separavano, per affermare il loro antagonismo con una manifestazione esteriore; ma questo non intacca minimamente il significato essenziale del simbolo, che rimane lo stesso in tutti i casi.

note
6. La parola swastika è, in sanscrito, la sola che serva a designare in tutti i casi il simbolo in questione; il termine sauwastika, che taluni hanno applicato a una delle due forme per distinguerla dall’altra (che allora sarebbe l’unico vero swastika), è in realtà soltanto un aggettivo derivato da swastika, e indica ciò che si riferisce a questo simbolo o ai suoi significati.
7. La stessa osservazione si potrebbe fare per altri simboli, e in particolare per il monogramma di Cristo costantiniano, nel quale la P è talvolta rovesciata; talvolta si è pensato che bisognasse allora considerarla un segno dell’Anticristo; questa intenzione può effettivamente esser esistita in certi casi, ma ve ne sono altri in cui è manifestamente impossibile ammetterla (nelle catacombe, per esempio). Allo stesso modo, il “quatre de chiffre” corporativo, che del resto è soltanto una modificazione di questa medesima P del monogramma di Cristo [si veda, sotto, il cap. 67], è indifferentemente volto nell’un senso o nell’altro, senza che si possa nemmeno attribuire questo fatto a una rivalità fra corporazioni o al loro desiderio di distinguersi, poiché si trovano le due forme nei segni appartenenti a una stessa corporazione.
8. Non alludiamo qui all’uso del tutto artificiale dello swastika, in particolare da parte di taluni gruppi politici tedeschi, che ne hanno fatto con totale arbitrio un segno di antisemitismo, con il pretesto che tale emblema sarebbe proprio della presunta ‘razza ariana’; questa è pura fantasia.
9. Il lituano è d’altronde, fra tutte le lingue indoeuropee, quella che ha una maggiore somiglianza col sanscrito.
10. Esistono diverse varianti dello swastika, per esempio una forma a bracci curvi (simile a due S incrociate), che abbiamo già visto in particolare su una moneta gallica. D’altra parte, certe figure che hanno conservato un carattere puramente decorativo, come quella cui si dà il nome di ‘greca’, sono all’origine derivate dallo swastika.
Da “Simboli della Scienza sacra” di René Guénon, editore Adelphi.

FONTE:http://deladelmur.blogspot.it/2009/11/svastica.html

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