Le Origini Occulte del Nazismo di René Alleau. 
Recensione di  Luca Caddeo

                                   “Qui nihil sperat desperat nihil”Nel saggio

Le origini occulte del nazismo (1969), René Alleau ci guida alla scoperta del lato misterico del nazionalsocialismo prendendo le mosse dal significato (pratico e simbolico) delle rune per approdare all’emblema del movimento di Hitler: la svastica (anzi, lo swastika, citando la parola nella sua origine sanscrita). Senza sprofondare nei più banali cliché sul nazismo, Alleau sonda il senso del mito apocalittico dell’Edda, l’essenza della gnosi degli Ismaeliti e il collegamento tra questa antichissima corrente dell’Islam, le società segrete e le Schutzstaffel.Lo studioso attribuisce al movimento hitleriano un significato “satanico” affermando che prima la Società di Thule (e il Germanorden) e poi il nazionalsocialismo avrebbero rappresentato una sorta di contro-iniziazione avente come fulcro il superamento dell’umano nel sotto-umano in vista dell’apertura a forze sconosciute e oscure attraverso il Sangue. Combattendo l’umanesimo delle classi dirigenti (nazionali e internazionali) e il cristianesimo (inteso in senso ideale) il nazionalsocialismo avrebbe reificato l’uomo favorendo l’epifania di forze sub-umane e regressive. Alla decadenza della classe sacerdotale, incapace di evocare energie sovra-umane, avrebbe fatto seguito un’interpretazione saturnina della divinità della quale sarebbe effige il rovesciamento dello swastica che in origine sarebbe stato sinistrogiro per divenire, nella Società di Thule e nel nazionalsocialismo, destrogiro. Alleau traccia un filo diretto tra i Templari, i Rosacroce, il Germanorden, la Vehme e la Società di Thule (la quale annovera tra le sue fila, oltre che una serie di influenti personalità del tempo, i maggiori esponenti del nazismo, tra cui lo stesso Hitler e che adotta, prima che il partito hitleriano nasca, già dal 1919, la croce gammata che nel nazismo sarà “uncinata”).

Nell’economia del saggio appare rilevante la distinzione tra gli Illuminati di Baviera aventi un ideale cosmopolita, antimonarchico e universalista e società come i Rosacroce che, nel tempo avrebbero segretamente sostenuto un conservatorismo razzista filomonarchico e antidemocratico (ad esempio mediante Federico Guglielmo) con tendenze misticheggianti e opposte al razionalismo filantropico degli Illuminati, il quale invero, sarebbe stato difeso in passato anche all’interno degli stessi Rosacroce tramite eminenti personaggi quali Federico il Grande. Il nazionalsocialismo sarebbe stato antimassonico per contrastare l’ideale dell’uguaglianza, della fratellanza e della libertà, cardini del sovvertimento gerarchico della Rivoluzione Francese, della quale sarebbe stato erede il potere oligarchico mondiale, reo di stritolare le aspirazioni del popolo tedesco e di proporre l’idea giudaica dell’uomo senza patria e senza radici. Il razzismo sarebbe pertanto un modo concreto di rafforzare, per mezzo di un odio inculcato da evi remoti, la lotta ideologica al liberalismo occidentale e al potere plutocratico sovranazionale (capitalista e comunista).

In una costellazione allestita da secoli, Hitler sarebbe una sorta di medium naturale capace di catalizzare le energie inconsce dei tedeschi intorno al mito della razza ariana. Un medium cercato, addestrato e voluto dalla Thule-Gesellschaft per innescare una mistica metamorfosi attraverso il sangue sacrificale dei martiri immolati alla nuova, ma atavica, terribile parusia di Wotan.


Le Origini Occulte del Nazismo.

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Introduzione di René Alleau.                                                                                                                                                   
Mi sono proposto di esaminare, in questo volume, gli aspetti principali dell’Illuminismo tedesco, nei suoi rapporti con lo sviluppo storico-politico della Germania. Nel far ciò, durante una recente ricerca fatta in Baviera, ho scoperto qualche origine, fino ad oggi ignorata, del fenomeno nazionalsocialista, che non è del tutto tedesca. Inoltre, in rapporto al carattere “magico” dell’ideologia hitleriana, era necessario analizzame i temi simbolici e mitici fondamentali.
Voglio ricordare, a questo proposito, l’interesse degli studi di J.F. Neurhor, direttore dell’Istituto francese di Monaco, uno dei migliori “germanisti” contemporanei e la sua opera “Der Mithus von Dritten Reich” pubblicato a Stoccarda nel 1957. Vi sono pochi esempi, infatti, di un’analisi così precisa sulla situazione rivoluzionaria di una nazione, in funzione dei propri miti e della loro trasformazione nel corso della storia intellettuale, morale e spirituale. J.F. Neurhor ha scelto, per così dire, allo “stato nascente” quella cristallizzazione di “miti parziali”, spesso contraddittori, che edificarono il “mito del Terzo Reich” così permettendo al nazionalsocialismo di modificarsi in religione e apparire alla comunità tedesca come una realtà mistica.
L’evoluzione è stata certamente accelerata dall’hitlerismo ma essa aveva precorso di molto l’apparizione del nazionalsocialismo 1; “Non si deve credere – sottolinea J.F. Neurhor – che Hitler o i nazionalsocialisti avessero inventato di punto in bianco il mito del ‘Terzo Impero’ per gettarlo alla massa. Esso preesisteva da molto allo stato latente nel popolo tedesco e soprattutto negli ambienti colti della nazione, passati attraverso le università, centri tradizionali del patriottismo e del nazionalismo da più di qualche secolo. Qualcuno dei temi del neo-nazionalismo si può far risalire fino alle guerre napoleoniche, ai filosofi e poeti del romanticismo e alla Restaurazione, altri si sono sviluppati nel corso del XIX secolo ove, sotto il regno di Gugliemo II, formano già delle parti costituenti il pangermanismo precedente la guerra. Altri, infine, riflettono la reazione della coscienza nazionale tedesca precedente la guerra, in vista di una situazione politica del tutto nuova e di problemi sociali sconosciuti fino allora”.
Bisogna qui precisare che J.F. Neurhor intende generalmente limitare il concetto di “mito” alle analisi di Georges Sorel, e non interpreta affatto questa nozione in funzione delle teorie psicanalitiche. Si sa come la concezione soreliana del mito si ispiri alla psicologia bergsoniana. Per quest’ultimo, un “atto libero” dell’uomo consiste essenzialmente in uno di quei “momenti unici nel loro genere, in cui l’uomo prende possesso di sé, in cui ci si ricolloca nel puro fluire del tempo”. Creiamo, in quei momenti, un mondo tutto artificiale d’immagini poste innanzi al presente, già formate da movimenti, e che dipendono da noi. Benché artificiali, queste immagini, queste rappresentazioni ideali, contribuiscono in modo decisivo a modificare il senso della direzione della nostra vita psicologica e ad indirizzarne gli atti.
J.F. Neurhor accosta questi “movimenti vissuti unici” bergsoniani a quelli che la moderna filosofia tedesca definisce e in “Erlebnis”. Sorel sembra aver applicato questa filosofia dell’azione alla società e alla storia. “Questi mondi artificiali – egli dice – scompaiono generalmente dal nostro spirito senza lasciare ricordi, ma quando le folle si appassionano, allora è il momento di tracciare una immagine che costituisce un mito sociale”. Per il celebre autore delle “Réflexions sur la violence”, “lo sciopero generale costituisce il ‘mito’ in cui è racchiuso tutto il socialismo, ossia ‘un’organizzazione’ d’immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti corrispondenti alle differenti manifestazioni della guerra ingaggiata dal socialismo contro la società moderna. Gli scioperi hanno prodotto nel proletariato i sentimenti più nobili, più profondi e più dinamici che egli possieda; lo sciopero generale li unisce in un quadro d’insieme e, attraverso il loro accostamento, dà a ciascuno il massimo d’intensità; facendo appello ai più ribollenti ricordi delle lotte particolari, esso colora di un’intensa vita ogni dettaglio della composizione presente alla coscienza. Otteniamo così quella intuizione del socialismo che il solo linguaggio non poteva offrire in maniera particolarmente chiara, – e l’otteniamo in un insieme istantaneamente chiarificato” 2.
Una nota che segue al testo di Sorel aggiunge: “È la conoscenza perfetta della filosofia bergsoniana”. Si vede così come si tratti di una concezione pragmatista, anti-determinista, anti-intellettuale, anti-meccanicista, una filosofia mitica, individuale e collettiva. Gruppi sociali o intere nazioni, nel momento di gravi crisi o rivoluzioni, sarebbero animate da una vivente organizzazione d’immagini tratte dalla negazione del presente, ma anche dai loro sogni, dalle loro aspirazioni, dalle loro forze dinamiche. Questo mito rivoluzionario non sarebbe affatto una descrizione delle cose, né come sono né, soprattutto, tali quali saranno nella realtà, una volta sopravvenuto il cambiamento, ma esprime un’unione di volontà.
Un mito, nel senso soreliano, si distingue da un’utopia composta ed elaborata da un filosofo o da un uomo di cultura che pretende di “pensare per il proletariato”. Il mito è una organizzazione immaginaria motrice, una “idea-forza” che influenza un gruppo sociale al punto da portarlo a diventare una forza creatrice della storia. Sorel cita l’esempio dei “protestanti della Riforma nutriti dalla letteratura dell’Antico Testamento. Volendo imitare le gesta degli antichi conquistatori della Terra Santa, essi assunsero l’offensiva e volevano stabilire il regno di Dio con la forza”.
Si deve, a questo proposito, porre mente ad alcune espressioni di Sorel, riguardo la natura del socialismo, che evocano in maniera singolare la “Grande Opera” politica con cui certe società segrete indottrinavano iniziaticamente i loro adepti sugli arcani: “Bisogna che i socialisti – dichiara Sorel – siano persuasi che l’opera alla quale si sono consacrati è una ‘pesante opera, irriducibile e sublime’; a questa condizione solamente essi potranno accettare gli innumerevoli sacrifici che richiede una propaganda che non può procurare né onori né profitti, e nemmeno immediate soddisfazioni intellettuali. Quando la nozione di sciopero generale non avrà altro risultato che rendere più eroica la nozione di socialismo essa dovrà già, per questo fatto soltanto, essere vista come avente un valore senza prezzo”. Così, Sorel annuncia che una specie di irresistibile marea passerà sull’antica civiltà.
Questo linguaggio profetico, questa immagine diluviale della “mutazione” storica, il “salto qualitativo” che deve definitivamente separare due ere “geologico-sociali” successive, quella del capitalismo e quella del socialismo, ripetono, certamente con eloquenza, il tema della “rottura senza rimedio” già sviluppato da Marx e da Engels. Ma vi si ritrova tuttavia la nuova affermazione di un “messianesimo” fondato sul “momento unico vissuto” bergsoniano. L’eroismo diviene allora capace di adempiere con i suoi atti quella “grande scienza” di trasmutazione sociale che Sorel non cessa di opporre alla “piccola scienza” degli “intellettuali” e degli “utopisti pseudo-rivoluzionari”.
Si osserva così che Sorel non concede alla nozione di “mito” il senso ordinario di “cosa favolosa”. Ciò non avviene per denunciare il carattere illusorio e menzognero dello sciopero generale, che egli considera alla pari di un mito. Egli sostiene, al contrario, il significato essenzialmente creatore nella “pura durata” in cui esso si pone. Da ciò viene chiaramente espresso il suo dinamismo “poetico” nel senso letterale e non letterario del termine “poiein”, “Creare”. Sorello sottolinea, del resto, in numerosi passaggi della sua opera: il divenire sociale non è affatto un determinismo storico. È una “creazione libera” fatta sotto l’influenza di “miti sociali particolarmente scelti”, da un gruppo d’uomini “capaci d’entusiasmo”, ciò che significa etimologicamente un'”esaltazione prodotta dall’ispirazione divina”. Così la causa del sindacalismo rivoluzionario sarà inseparabile dalla “Grande Opera” di un’energia trascendente, destinata a trasformare l’uomo, il mondo, la vita.
Se si ricercano le origini nascoste di questa universale trasmutazione che, in apparenza, possono sembrare utopiche, si trova che sono fondate inconsciamente su una nuova rappresentazione simbolica del tempo vissuto e, per così dire, su un’altra “considerazione mitica del tempo”.
La nostra epoca, infatti, non è stata meno subitaneamente messa a confronto con nuove rappresentazioni dello spazio e del tempo di quanto lo fosse stato il Rinascimento. Poco a poco, un mito cronologico, diverso da quello dei secoli precedenti, sembra essersi imposto all’inconscio collettivo. Il nuovo mito trasferisce “verso il futuro” tutte le forze dell’epoca, diventando un “inventore incessante” e lo si scorge dominare non solo la filosofia bergsoniana, ma perfino le interpretazioni organicistiche dell’evoluzione, i deliri tecnologici, i profetismi mistico-politici del XX secolo.
Così il pensiero socialista soreliano giunge a dipendere più di ogni altro dalla concezione bergsoniana della durata e del suo orientamento generale verso l’avvenire delle società. Nella misura in cui si capovolge questo movimento, si capovolge tutto il sistema. Sarà sufficiente trasferire i principi soreliani sulla legittimità della violenza ai diritti di un “patriziato nazionalista” che rivendicava “nel nome del più lontano passato”, la libertà di condurre a proprio modo una “lotta di razze chiamate a dominare il mondo, e non più una lotta di classi”, per giungere in linea diretta a quell’imperialismo nazionalsocialista che, egli stesso, ha presentato i propri miti politici come un “insieme di volontà” rivoluzionaria, basata su “particolari miti sociali” e su gruppi d’uomini capaci di un entusiasmo distruttore.
La mistagogia hitleriana ha esteso, ad esempio, la concezione “diluviale” delle ere “geologico-sociali”, annunciate da SoreI, a dei temi biologico e sociali di cui il “delirio endemico”, la “Wehnstimmung” si è molto servita togliendo a prestito le divagazioni pseudo-esoteriche del XIX secolo: “Un tema che ritornava costantemente nei suoi pensieri – dice H. Rausching a proposito di Hitler – e ciò che egli definiva la ‘svolta decisiva del mondo’ o la cerniera delle epoche. Vi sarebbe stato uno sconvolgimento del pianeta di cui noi, non iniziati, non si sarebbe potuto comprendere tutta l’ampiezza. Hitler parlava come un veggente. Egli s’era costruito una biologia mistica che era alla base delle sue ispirazioni… Il periodo solare dell’uomo toccava l’apogeo: già si potevano vedere i primi esemplari del super-uomo, la nuova specie che andava respingendo l’antica umanità… Il nazionalsocialismo è più di una religione: esso è la volontà di creare il super-uomo” 3.
La citazione ci dà qualche idea del modo in cui il nazionalsocialismo “ha invertito gli scopi rivoluzionari”, grazie a due sistemi assai semplici: il primo, che consiste nell’identificare la nazione con l’umanità, il partito con la chiesa, l’uomo con Dio; e il secondo, che dissimula i reali problemi dell’economia sotto gli illusori problemi di una pseudo-biologia.
Il “delirio endemico” dei capi nazionalsocialisti non deve far dimenticare, infatti, la quotidiana efficacia nel dominio della propaganda politica, né l’utilizzazione fattane da parte di gruppi d’interesse economico. Hitler si pronuncia chiaramente sul primo punto nel “Mein Kampf”: “La facilità di assimilazione della massa”, dice, “è assai ristretta ed il suo intendimento è piccolo: per contro, la sua smemoratezza è grande. Dunque tutta la propaganda efficace deve limitarsi a dei punti essenziali, poco numerosi, e farli valere a forza di formule stereotipe per tutto il tempo che sarà necessario a far sì che anche l’ultimo degli ascoltatori arrivi ad afferrare l’idea… La grande massa di un popolo non è composta né da professori né da diplomatici. Essa è poco accessibile alle idee astratte. Per contro, la si terrà in pugno più facilmente nel regno dei sentimenti, ed è là che si trovano i moventi segreti delle sue reazioni, sia positive che negative… In ogni periodo, la forza, che ha messo in movimento le rivoluzioni più violente su questa terra, è stata molto meno la proclamazione di una idea scientifica che si è impadronita delle folle, che non un fanatismo animatore e un vero e proprio isterismo che le eccita alla follia” 4. Per quanto riguarda la finalizzazione economica del “delirio endemico” della “Wahnstimmung” hitleriana, ecco un documento ancora poco conosciuto che merita di essere letto e meditato: un estratto della deposizione di Alfried Krupp von Bohlen und Halbach, reso nel 1947 davanti alle autorità americane: “lo sottoscritto Alfried Krupp von Bohlen und Halbach, Norimberga, dopo che mi è stato fatto notare che posso incorrere nei rigori della legge in caso di falsa testimonianza dichiaro quanto segue sotto giuramento e libero da ogni costrizione.
In risposta alla domanda sui motivi per i quali la mia famiglia si è pronunciata per Hitler, ho risposto: “L’economia necessita di uno sviluppo regolare e sempre più ampio. La lotta tra i molteplici partiti tedeschi e la conseguente confusione hanno impedito un’attività creatrice. Noi Krupp non siamo per nulla degli idealisti, siamo dei realisti”. Mio padre era diplomatico. Avemmo l’impressione che Hitler ci avrebbe permesso un sano sviluppo. Così in effetti è stato. Il sistema preesistente dei partiti era del tutto folle. Hitler, al contrario, studiava dei piani e agiva in conseguenza. Al principio, noi abbiamo votato per il Partito del Popolo tedesco in cui mio nonno, von Wilmovsky, occupava una carica importante. Ma l’ala conservatrice era troppo debole per dirigere il nostro paese.
Non esistono ideali. La vita è una lotta per la “conservazione della vita”, per il pane e per il potere. Parlo senza perifrasi, in quest’ora amara della sconfitta. In questa lotta così dura abbiamo bisogno di essere guidati da una mano forte e ferma. Hitler ci porse l’una e l’altra. Durante gli anni del suo governo ci sentimmo molto più sereni.
Ho già detto che tutti i tedeschi seguivano Hitler. La maggior parte del popolo era alle spalle del governo. Può essere stata questa la nostra debolezza. Ho letto, in seguito, i discorsi di Churchill, e ho constatato come anche lui fosse costretto a difendere la propria politica contro le critiche dei partiti e, all’occasione, modificarla. Non vi è mai stato nulla di ciò presso noi.
Ma, all’inizio, la differenza non fu così grande. Tutta la nazione si trovava d’accordo con le grandi linee della politica seguita da Hitler.
Noi Krupp non abbiamo mai dato grande importanza alla vita. Abbiamo solo cercato un sistema .che funzionasse bene e che offrisse la possibilità di lavorare in pace. La politica non è il nostro affare.
Quando mi hanno interrogato sulla politica anti-semita del nazionalsocialismo, e mi hanno chiesto che cosa ne sapessi, ho risposto che non ero a conoscenza di nulla sullo sterminio degli Ebrei e ho aggiunto: “Quando si compra un buon cavallo, non si guarda a qualche piccolo difetto” 5.
La firma dell’accusato segue la deposizione. Alfried Krupp, condannato il 31 luglio 1948 dal tribunale militare americano di Norimberga a 12 anni di reclusione e alla confisca dei beni, ritrovò la libertà e la propria fortuna nel gennaio 1951, grazie all’intervento dell’alto commissario americano in Germania, Mac Clov. Oggi “i Krupp” continuano, come nel passato, a “non dare grande importanza alla vita” e ad agire in funzione di quello che è il loro unico principio: “Non esistono ideali”. Questi fatti debbono essere ricordati nel corso del volume, per ben distinguere ciò che chiamo l’analisi mito-politica del fenomeno hitleriano, dalle fabulazioni mistificatrici e sospette con cui alcuni scrittori, principalmente francesi, si sono troppo com,. piacentemente aggirati in questo campo, ricostituendo una pericolosa neo-mitologia del nazionalsocialismo.
Infatti, tutto il “delirio endemico” cerca di presentarsi politicamente come una sintesi demagogica del disparato e vi si scorge sempre ciò che vi si preferisce trovare. Il “razionalista darwiniano” può pretendere che il nazionalsocialismo sia stato un chiaro tentativo sperimentale di applicare all’umanità i principi scientifici della selezione delle razze e dell’evoluzione delle specie, riconoscendo così in Hitler l’incarnazione della “fredda ragione”; altrettanto legittimamente l’occultista è capace di scorgervi l’opera magica delle “potenze nere del Tibet”. Perché è proprio di questo “delirio endemico” l’essere facilmente comunicabile a forme analoghe che vi si riconoscono, del resto, tanto più facilmente, quanto esso si mostri ai loro occhi attraverso l’autorità di un apparato storico che tende a confortarli sull’effettivo valore dei loro sistemi.
Da questo punto di vista, si deve ricordare, a rischio di essere sgraditi a tutti, che Hitler fu chiamato il “Cristo tedesco” altrettante volte che “Anticristo”. W. Hofer cita, ad esempio, il testo seguente di un dettato di scuola comunale: “Gesù e Hitler”: “Come Gesù liberò gli uomini dal peccato e dall’inferno, Hitler salvò il popolo tedesco dalla sua sconfitta: Gesù e Hilter furono perseguitati; ma mentre Gesù venne crocefisso, Hitler fu nominato cancelliere del Reich. Mentre i discepoli di Gesù rinnegarono e abbandonarono il loro maestro, i sedici camerati 6 caddero per il loro Führer. Gli apostoli proseguirono l’opera del loro Signore. Noi speriamo che Hitler terminerà da solo la propria. Gesù costruiva per il cielo: Hitler per la terra tedesca” 7.
In una recente opera 8 lo storico Friederich Heer riferisce che certi circoli cattolici spagnoli si ostinino a considerare Hitler come un santo sacrificatosi alla causa della protezione della Chiesa e che alcuni pregano per ottenere la sua intercessione e la sua protezione contro la “diabolica sovversione del comunismo”.
Salvator Dalì, al limite “paranoico-critico”, rivendica nel suo personale delirio fini ancora meno limitati di quelli della “Wahnstimmung” nazionalsocialista. Egli sogna una guerra cataclismica, “ultrarapida, colossalmente distruttiva e trasformatrice, di una ferocia inaudita” 9 che libererà i “veri maestri”, i “grandi crudeli”, i “signori senza limiti”. Dalì dimentica che questi esistono già sotto forma dei “Krupp” e anche da molto tempo. “Hitler era forse un delirante – continua – ma seguiva dei precisi scopi come quelli dell’egemonia tedesca e della vittoria di una razza. Noi ancora non sappiamo che cosa siano i Superiori. Essi non saranno umanitari ma superumanitari, essi non si occuperanno del progresso, ma della trasmutazione, e cercheranno il massimo rendimento attraverso il massimo dei conflitti” 10. Questo è lo scopo principale di coloro che, in numerosi paesi, divennero i complici e i banchieri del nazionalsocialismo.
Esistettero in Germania due gruppi principali di logge massoniche, quelle che erano “umanitarie” perché accolsero gli ebrei e rimasero in rapporto con gli “Antichi Doveri” dettati dalla “Costituzione d’Anderson”, e quelle dell'”Antica Prussia” che esclusero tutti i membri “non strettamente germanici” respingendo il rituale fondato sull’Antico Testamento e il simbolismo “non essenzialmente tedesco” dopo aver assicurato Hitler della loro devozione. Per ciò che è a mia conoscenza, non esistono logge sovraumanitarie: me ne dispiace per Dalì e anche per la Massoneria “antico prussiana” (Altpreussische) che commise errori non meno pesanti della Chiesa romana di Pio XII, degli “ultraconservatori” britannici, i “Die Hards” sul tipo di Sir Henry Deterding, il presidente della “Royal Dutch” e dell'”Unione delle Chiese protestanti” diretta dal pastore Miiller.
Il governo hitleriano regolò in pochi mesi i rapporti fra lo Stato e la Chiesa. I negoziati di von Papen a Roma si conclusero ben presto con la firma di un concordato con il Vaticano. Dopo la costituzione della “Chiesa evangelica”, venne nominato un commissario di Stato per la Chiesa protestante di Prussia, Jager.
Il suo primo comunicato dichiara: “Dobbiamo rendere grazie a Dio per avere, attraverso il suo mezzo, Adolf Hitler, stornato da noi il caos bolscevico” 11. Non si potrebbe palesare più chiaramente come, sia per i cattolici romani che per molti protestanti e per qualche massone nazionalista, si tratti d’esorcizzare il Satana staliniano con il Belzebuth hitleriano.
Fedele alla sua tradizione politica d’opportunismo che lo aveva portato, qualche anno prima, a ricevere Giorgio Ciceriu, dopo Rapallo, il Vaticano si affrettava ad avvicinarsi ulteriormente alla campagna anti-sovietica dei “Die Hards”, gli ultraconservatori britannici, e non esita ad abbandonare il cancelliere cristiano Briining per accostarsi alla nuova potenza demagogica di Adolf Hitler.
La Massoneria prussiana segue il movimento. Essa denuncia il carattere “pacifista e cosmopolita” delle idee delle logge “umanitarie”; essa proclama il suo carattere “puramente nazionale” (rein national) e la sua intenzione di “sviluppare l’amore per la patria, il sentimento della nazione e della comunità, così come di lottare contro il materialismo attraverso lo sviluppo del sentimento religioso nel popolo” 12.
Questi fatti sono sufficienti a dimostrare come la “rivoluzione conservatrice”, espressione con cui qualcuno ha definito molto bene il nazionalsocialismo, si è rivestita per così dire degli aspetti mistici e mitici di quello che si potrebbe chiamare il “nazionalismo estatico”, fenomeno storico già conosciuto dai francesi dopo Giovanna d’Arco e subìto da essi fino in epoca recente. È dunque possibile constatare come la nascita del nazionalsocialismo non fu meno avvolta d’ombre di quella del movimento sotterraneo, ancora poco conosciuto, che accompagnò e preparò l’apparizione della “Figlia di Dio” inviata dal “Re del Cielo” 13. Si è trattato, nel caso di Adolf Hitler, di un “figlio del diavolo” e grandi precauzioni furono prese al fine di cancellare le tracce di quelli che, per primi, misero in moto la macchina infernale condizionata dagli ordini dati per quella “missione provvidenziale” di cui Hitler fu il solo a non mai dubitare.
Mi sono quindi sforzato di ritrovare le tracce di questi troppo modesti personaggi che, messo in azione il loro dispositivo, non tengono molto, sembrerebbe, ad apparire nelle future opere degli storici. Se non sono riuscito a identificarli tutti, e ciò poco importa, ho almeno avuto la fortuna di scoprire due documenti che permettono, per la prima volta, di conoscere esattamente che cosa fosse quella celebre “Società Thule”, la “Thule-Gesellschaft”, su cui si sono scritte in Francia troppe favole ridicole e in Germania, al contrario, così poche cose degne di qualche attenzione.
Ho creduto bene tradurre, alla luce delle mie ipotesi, non soltanto l’autentica storia di questa società scritta dal suo fondatore, ma anche una lista dei membri, redatta nel 1933, nello stesso tempo in cui analizzavo i singolari esercizi mistico-magici descritti dall’autentico “maestro” della “Thule-Gesellschaft”, un “Illuminato” germanico-turco, Rudolf von Sebottendorff.
I rapporti di queste teorie con quelle dell’alchimia chiariscono di una luce singolare il mito della “trasmutazione biologica” della Germania, di cui si è inutilmente cercata la spiegazione fino a oggi. Si giunge a chiedersi se il primo tentativo di applicazione di questa scienza segreta non sia stato tentato sullo stesso Hitler che sarebbe stato, per così dire, il “lievito” predestinato di una metamorfosi collettiva, capace di trovare in lui, attraverso il Führer, la guida e il modello.
Ed è almeno incontestabile il caso di Adolf Hitler, messo in risalto da uno studio attento della medianità del “Führerprinzip”, di cui tutte le testimonianze conosciute non permettono di dubitare. Quei fenomeni di possessione, che presentava il signore della Germania, mi sono sembrati degni di essere esaminati, perché gli esercizi mistico-magici di Sebottendorff tendevano, esattamente, a porre in rapporto il “predestinato” con certe “entità” di un “altro mondo” e, in ogni caso, ad incoraggiare uno stato di auto-ipnosi favorevole allo sdoppiamento della personalità. Questo vero e proprio “innesto dell’Ombra” fu operato volontariamente su un soggetto medianico dall’eccezionale talento di totale esteriorizzazione oratoria, sfociante in una dissociazione dell’Io, senza dubbio favorita da gravi lesioni dell’apparato respiratorio, dalla tubercolosi contratta nella giovinezza e dai gas durante la guerra? O, forse, furono acquisite attraverso un allenamento personale del Führer secondo le occulte indicazioni trasmesse gli da Rudolf Hess o da qualche altro membro attivo della Thule-Gesellschaft o, ancora, attraverso un intermediario sconosciuto? È impossibile, sfortunatamente, rispondere a queste domande, ma non ci si può impedire di porle quando si osservi, attraverso lo studio delle numerose testimonianze, con quale costante attenzione Hitler badasse a che nessuno, nemmeno il suo cameriere personale o il suo medico privato, potesse penetrare i misteri della sua vita intima.
   
NB: Questo libro spiega , in maniera indiretta,   perchè   I Filosofi come Alleau,Canseliet,Fulcanelli, Lucarelli e tutti quanti hanno difeso con grande scrupolo l’alchimia e i suoi segreti . 

gdg

Note:
1. Nel corso del testo l’Autore fa uso indifferentemente della forma “national-socialisme” e “nazi”. Ho tradotto ambedue con “nazionalsocialismo”, non essendomi parsa la contrazione di senso adatto ad un testo storico (N.d.T.).
2. “Réflexion sur la violence”, 1906, réedition Rivière, Parigi, 1946, p. 182 (tr. it. “Riflessioni sulla violenza”, Laterza, Bari – N.d.C.).
3. Il libro di Hermann Rauschning (“Gespräche mit Hitler”, 1939), famoso in tutto il mondo, è stato sempre utilizzato come fonte sicura e diretta sul nazionalsocialismo e su Hitler, come documento dei “veri” piani del dittatore tedesco e del suo “vero” carattere satanico. In tal senso lo utilizza René Alleau soprattutto nel capitolo dedicato a Hitler “medium” e “invasato”. (Parte Seconda, capitolo 4), mentre il fondamento veritiero del libro è confermato in specie nel capitolo 1, Parte Seconda. Lo stesso atteggiamento hanno, proprio per l’aspetto “occulto”, alcuni studiosi italiani (cfr. ad esempio Gianni Vannom, “Le società segrete”, Sansoni. Firenze 1985). Uscito nel dicembre 1939 in francese, ebbe rapidissime traduzioni in Gran Bretagna e Stati Uniti, poi nel resto del mondo; in Italiano uscì nel 1944 a Roma (Edizioni delle Catacombe) e nel 1945 a Milano (Rizzoli) col notissimo titolo di “Hitler mi ha detto” Si tratta però di un falso. Ha smascherato l’operazione uno storico svizzero, Wolfgang Haenel, che ne parlò la prima volta nel 1983 ad un convegno dei membri dell’Istituto di Ricerche sulla Storia Contemporanea di Ingolstadt. Il suo lavoro è poi andato alla casa editrice tedesca Ullstem. Ne ha riferito ampiamente Michele Topa “Hitler mi ha detto un sacco di frottole”, in “Il Giornale”, Milano, 2 ottobre 1985, pag. 4), ma non pare che la stampa italiana né gli storici vi abbiano prestato molta attenzione, eppure, come ha osservato il dottor Alfred Schickel, direttore dell’Istituto, il falso denunciato da Haenel ha “ben altro peso” in confronto allo scandalo suscitato dai falsi “diari segreti” di Hitler che il settimanale tedesco “Stern” iniziò a pubblicare in quello stesso periodo. Infatti, come spesso accade, ciò che conviene non far risaltare in una “società dell’informazione” come l’attuale, si tace, si soffoca. E quel che non si sa, non esiste. I “colloqui” di Rauschning con Hitler sono dunque un falso, perché Rauschning non ebbe con il Führer quel “centinaio” di incontri di cui dice, ma – come sostiene Haenel confrontando testimonianze e documenti – lo vide “al massimo quattro volte e mai in ‘tete-à-tete’: c’era sempre qualcuno presente”. Non si tratta, allora, di confidenze private e quindi più veritiere di quelle rese in e al pubblico. Il libro di Rauschning è invece formato da una serie di citazioni estratte dalle fonti più disparate e quindi manipolate da varie penne. Haenel ha ricostruito così la vicenda del libro: Rauschning, quando era a Parigi. nel luglio 1939. portò due suoi articoli a Emery Reves (l’oriundo magiaro Imre Revesz) un giornalista antinazista che aveva fondato la “Cooperation Service de Presse”, un’agenzia stampa che forniva articoli di prestigiosi pubblicisti (Churchill, Eden, Blum, ecc.), a quattrocento giornali di settanta Paesi diversi. Reves rifiutò gli articoli, ma saputo che Rauschning aveva conosciuto di persona Hitler “molte volte, più di cento”, e che aveva preso appunti, gli suggen di scrivere un libro su questi suoi incontri. Reves, lette poi le prime pagine, raccomandò a Rauschning di ampliare il tutto con “citazioni, citazioni, citazioni e niente altro”. Il testo veniva poi tradotto, quindi accentuato, colorito, inasprito, da un altro collaboratore dell’agenzia stampa, Marcel Ray, capogabinetto dell’ex presidente francese Herriot. Come ha spiegato Reves (che è ovviamente la fonte di tutte queste notizie) a Haenel in una serie di colloqui registrati prima della sua morte a Montreux il 5 settembre 1981, “il manoscritto di Rauschning divenne quindi come dire? una mescolanza. Diciamo che per due terzi era tedesco e per un terzo francese. La ragione è che non avevamo tempo per fare diversamente… Dovevamo lavorare terribilmente in fretta”. Infatti, la guerra scoppiò il l° settembre successivo. Le fonti di Rauschning, così come identificate dallo storico svizzero, sono le seguenti: “libri di Juergen, Haushofer, Lundendorff; pubblicazioni nazionalsocialiste; “Mein Kampf”, discorsi pronunciati da Hitler dopo il ’36; infine, formule, motti, interi passaggi presi da “La rivoluzione del nichilismo” [cioè il libro sulle origini del nazionalsocialismo pubblicato da Rauschning stesso per le Edizioni Europa di Zurigo nel 1938], trasformati e fatti ‘pronunciare’ dal Führer in discorso diretto”. Si trattò dunque di una classica arma di propaganda, che in sé può forse anche essere legittima, ma che per 45 anni è stata considerata, utilizzata, citata e sfruttata, come fosse una fonte storica diretta, e quindi valida, del vero pensiero e del vero carattere di Hitler. Oggi questo non è più possibile. Così conclude Wolfgang Haenel il suo lavoro certosmo: “Il libro di Rauschning non fu altro che un’arma uscita dall’arsenale della guerra psicologica, che servì a rafforzare la resistenza contro Hitler in tutto il mondo e a spingere gli americani a entrare nel conflitto accanto agli alleati europei”. Rauschning, morto novantacinquenne 1’8 febbraio 1982 a Portland, non aveva la coscienza tranquilla e si rendeva conto dei pericoli che correva, perché scrisse in una lettera: “Il Signor Haenel mi vuole smascherare” (N.d.C.).
4. Tr. it.: “Il Nazionalsocialismo, Documenti 1933-1945”, Feltrinelli. Milano 1964 (N.d.T.).
5. Documento citato da Miche! Mazor in “Le Phénomène nazi”, prefazione di Rémy Roure, Editions du Cèntre, Parigi, 1957, pagg. 116-117.
6. Si tratta delle vittime del Putsch di Monaco, i “martiri” della Feldhernnhalle.
7. W. Hafer, “Il Nazionalsocialismo”, cit.
8. Friedrich Heen, “Der Glaube des Adolf Hitler, Anatomie einer politischen Religiositiit”, Monaco 1968. Quest’opera, la più importante che sia apparsa nel dopoguerra, porta tutta la luce necessaria sulla crisi della Chiesa cristiana nei suoi rapporti con il nazionalsocialismo.
9. “Les Passions selon Dali”, Denoel. Parigi 1968, p. 102.
10. “Les Passion”, cit. p. 102.
11. H. Guilbeaux. “Où va l’Allemagne?”, Parigi 1933, p. 259.
12. E. Lennohff e O. Posner, “lnternationales Freimaurer Lexicon”, 1932, p.347.
13. L’accostamento non è casuale. Come si ricorderà Giovanna d’Arco sosteneva che “voci” e “apparizioni” guidavano la sua azione come, secondo taluni, “voci” e “apparizioni” avrebbero guidato Hitler. (N.d.T.).  gdg

René Alleau è l’autore di numerosi libri. In particolare, voglio  ricordare ASPETTI DELL’ALCHIMIA TRADIZIONALE.

FONTE:http://www.alchimialascienzadeifolli.net/le-origini-occulte-del-nazismo.html

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