DEUTSCHE CHRISTEN, IL MOVIMENTO LUTERANO DEI “FERVENTI CRISTIANI DI HITLER”

Di Lawrence Sudbury
Sul nazismo, in oltre sessant’anni, è stato scritto tutto e il contrario di tutto, eppure, alcuni aspetti di questo fenomeno sociale e politico incredibilmente complesso sono rimasti, come inevitabile proprio sulla base di una tale complessità, ancora un po’ in ombra.
Uno di tali aspetti è, certamente, quello riguardante lo sviluppo, addirittura in fase tardo-weimeriana, di una vera e propria “chiesa luterano-nazista”, le cui connotazioni potrebbero oggi apparire a dir poco contraddittorie, ma che, se analizzata nel suo contesto storico e, precipuamente, storico-ecclesiastico, risulta perfettamente coerente con una linea di pensiero portata avanti sin dai tempi della Riforma.
Per comprendere questo elemento, cerchiamo di procedere con ordine.
E’ cosa nota che la Repubblica di Weimar, nata nel 1919, fu, per tutta la sua breve e travagliata esistenza storica, ben lungi dal risolvere i problemi della nazione tedesca, umiliata dalla sconfitta bellica, economicamente distrutta e socialmente completamente disgregata[1]. Dal punto di vista religioso, la situazione non fu certamente migliore che da quello socio-politico ed economico: la SPD, la cui base ideologica social-democratica non era certamente aliena dalle influenze del marxismo pre-bolscevico[2], spinse, nella nuova costituzione repubblicana, per una definizione di totale laicità dello stato tale per cui, non esistendo alcuna chiesa centralmente riconosciuta (il che, comunque, poteva anche essere legittimo in un paese in cui almeno tre religioni cristiane, quella cattolica, quella luterana e quella riformata-calvinista, erano presenti), ogni chiesa regionale doveva organizzarsi e amministrarsi secondo i limiti del diritto comune, senza che esistesse alcuna forma istituzionalizzata di rapporto con i governi dei singoli Lander. Le chiese evangeliche si adattarono alla nuova situazione politica, frammentandosi in una quantità di sottogruppi indeboliti dalla mancanza di alcuna struttura unitaria comune e, nella maggioranza dei casi, piuttosto ostili alla situazione politica[3]. Non stupisce affatto, allora, che gran parte dei luterani in particolare esprimessero idee fortemente conservatrici e diffidenti verso le nuova forme democratiche della Repubblica di Weimar: idea comunemente diffusa era che fosse necessario prendere provvedimenti per ridare nuova forza politica alla chiesa.

E i “provvedimenti” che molti tra i pastori e i fedeli luterani presero furono essenzialmente vedere di buon occhio l’ascesa al potere di Adolf Hitler e, in alcuni casi, addirittura tifare per lui[4].
Hitler, dal conto suo, aveva verso la religione un atteggiamento quantomeno ambivalente. Nato e cresciuto nell’Austria asburgica, il giovane futuro dittatore non poteva che essere allevato nella fede cattolica, verso la quale nutrì sempre una sorta di odio-amore[5]. Nel Mein Kampf termini quali “il Creatore”, il “Signore dell’universo” o “la provvidenza” si riscontrano praticamente in ogni passaggio[6], ma è anche notorio che, in privato (ad esempio in alcune conversazioni con Hermann Raushning[7]), Hitler non perdesse occasione per farsi gioco del clericalismo di Francisco Franco e arrivasse addirittura a negare che una fede di stampo cristiano-giudaico, con la sua morale della compassione, potesse essere compatibile con una “fede energica ed eroica in Dio e nella natura” che avrebbe dovuto essere propria del popolo tedesco[8]. Sostanzialmente, la fede del führer si giocava in una sorta fusione personale tra immanentismo misticheggiante e neo-paganesimo eroico, forse addirittura con tratti di auto-immedesimazione messianica e chiare influenze teosofiche. Il nazional-socialismo, però, aveva bisogno del “Volk” e il popolo tedesco era, sostanzialmente, cristiano. Non è allora strano che, sebbene nei “25 punti” programmatici l’N.S.D.A.P. dichiarasse che distintiva del popolo ariano fosse l’appartenenza alla comunità di sangue germanico e non alcuna confessione religiosa[9], il partito sostenesse di aderire ad un “orientamento cristiano positivo”. Cosa fosse tale orientamento, lo spiega piuttosto chiaramente il più importante ideologo del “Volkgenosse”, Alfred Rosemberg, che, nel suo Der Mythus, scrive: “l’N.S.D.A.P. ha sempre dichiarato di avere la volontà di riconoscere e di proteggere ogni professione autenticamente religiosa, che non sia contraria ai valori germanici[10].  Insomma, positiva era ogni religione che si conformasse al nazismo e nella “religione positiva” nazista, ovviamente, l’opposizione all’ateismo marxista e al giudaismo erano punti fondamentali. Quali che fossero le sue personali opinioni, comunque, durante la sua scalata al potere Hitler evitò qualsiasi scontro con l’autorità religiosa e, anzi, cercò di ottenerne i favori stimolando i suoi rappresentanti a partecipare agli affari di stato, attaccando in continuazione il materialismo marxista e punteggiando i suoi discorsi di evidenti proclami propagandistici del tipo “il cristianesimo è la base di tutta la nostra morale[11].

Deutsche Christen

Uniamo alcuni punti (conservatorismo e senso di un “potere perduto” da parte delle gerarchie ecclesiastiche, loro opposizione ad un laicismo para-materialista che è elemento connotativo della politica weimariana, capacità di Hitler di blandire i cristiani durante la sua ascesa) e possiamo facilmente comprendere come, già nel 1930, addirittura tre anni prima della consegna della Germania nelle mani di Hitler da parte di Hindenburg, fosse nata, prima timidamente, poi con una crescita di fedeli notevole, una chiesa luterana tedesca di stampo nazista.
In cosa credevano questi “Deutsche Christen”, questi “Cristiani Tedeschi”?
Il loro motto già dice molto sulle loro idee: “Ein Reich-Ein Volk-Eine Kirche”  (Una Nazione-Un Popolo-Una Chiesa) è semplicemente un calco del motto nazista “Ein Reich-Ein Volk-Ein Führer” e quello che diventerà il loro grido di battaglia, “la Germania è la nostra missione, Cristo la nostra forza” e unicamente l’adattamento di una frase pronunciata da Hitler in cui il termine “Cristo” sostituisce il termine “sangue“. Tutta la strutturazione gerarchica di questa “nuova” chiesa nazionale, inoltre, altro non era che una applicazione del “Führerprinzip” all’ambito ecclesiastico: l’idea di fondo era quella di unificare le 28 chiese regionali (una per Land) sotto un’unica gerarchia (Reichskirche) alla cui sommità era posto un “Reichsbischof” (Vescovo di Stato). Il personaggio prescelto per questo delicato incarico fu un oscuro pastore,  Ludwig Müller, i cui maggiori meriti erano quelli di essere stato un “Altenkameraden” (un nazista della prima ora) e di dimostrare una assoluta e cieca fedeltà ad Hitler (una fedeltà che durerà fino alla morte, visto che, alla caduta del regime nazista, nel 1945, il camerata  vescovo Müller non sopporterà l’onta del disonore germanico e si suiciderà): la sua levatura intellettuale era, comunque, piuttosto indifferente, essendo, dal 1935 in poi, un semplice esecutore degli ordini del “Ministero per gli Affari Religiosi” retto da  Hanns Kerrl, altro fervente nazista, ma di tutt’altro spessore speculativo[12].
Nella realtà dei fatti, i “Cristiano-tedeschi” erano semplicemente dei nazisti convinti che tentavano di applicare i principi socio-politici a cui credevano all’ambito religioso. Una rapida ricognizione sul loro credo non può che convincerci di questo assunto. In particolare, possiamo leggere quanto riportato dal Time[13] (17 aprile 1933) su un congresso dei “Cristiano-Germanici”: “Il grande Congresso dei «Cristiani Germanici» e stato tenuto nell’antico palazzo della Dieta prussiana per presentare le linee delle Chiese evangeliche in Germania nel nuovo clima portato dal nazionalsocialismo. Il pastore Hossenfelder ha cominciato annunciando: ‘Lutero ha detto che un contadino può essere più pio mentre ara la terra di una suora mentre prega. Noi diciamo che un nazista dei Gruppi d’Assalto è più vicino alla volontà di Dio mentre combatte, che una Chiesa che non si unisce al giubilo per il Terzo Reich’. […] Il pastore dottor Wieneke-Soldin ha aggiunto: «La croce a forma di svastica e la croce cristiana sono una cosa sola. Se Gesù dovesse apparire oggi tra noi sarebbe il leader della nostra lotta contro il marxismo e contro il cosmopolitismo antinazionale». L’idea basilare di questo cristianesimo riformato è che l’Antico Testamento, essendo un libro ebraico, debba essere proibito nel culto e nelle scuole di catechismo domenicali. Il Congresso ha infine adottato questi due principi: 1) «Dio mi ha creato tedesco. Essere tedesco è un dono del Signore. Dio vuole che mi batta per il mio germanesimo»; 2) «Servire in guerra non è una violazione della coscienza cristiana ma obbedienza a Dio».” Non fu certo solo il Time a riportare cronache di tale particolarissimo congresso.  Il Sinodo dei pastori Cristiani Tedeschi, in realtà, impressionò l’opinione pubblica di tutto il mondo e non è difficile comprenderne la  ragione: tutti e duecento i pastori vestivano uniforme bruna, stivali militareschi e distintivi nazisti, e nei loro sermoni non si esitava ad affermare che “Cristo è venuto a noi attraverso Adolf Hitler“. Al termine del sinodo i pastori cantarono la “Canzone di Horst Wessel”, inno del partito dedicato ad un giovane (e propagandisticamente costruito) martire della causa nazista[14].
Probabilmente, anche lasciando da parte alcuni assunti a dir poco sconcertanti di Müller (dalla già menzionata volontà di cancellare l’autorità dell’Antico Testamento, “con la sua morale ebraica della ricompensa e le sue storie di mercanti e concubine” a quella di “ripulire” il Nuovo testamento dall’apporto del “rabbino Paolo[15]) e dei suoi accoliti, l’elemento più inquietante della concezione teologica di questo “nuovo cristianesimo” risiedeva nell’accoglimento del cosiddetto “Paragrafo Ariano” della legge 7-4-1933. Tale paragrafo, che nella versione originale recitava: “Gli impiegati pubblici che non siano di discendenza ariana devono essere messi a riposo. I titolari di cariche onorifiche devono essere licenziati dal loro ufficio[16], venne semplicemente mutuato in toto, interdicendo l’ordinazione di pastori non di “razza pura” e dettando restrizioni per l’accesso al battesimo di chi non avesse buoni requisiti di sangue. Con tale assunzione, la Chiesa Cristiano-Tedesca chiaramente entrava nella palese contraddizione in termini di strutturarsi come una Chiesa dichiaratamente razzista (non fu, nel corso della storia, l’unica, ma, probabilmente, mai nessun’altra confessione lo fu così apertamente e dichiaratamente).
Potremmo pensare alla “follia” di un piccolo gruppo di fanatici, ma non fu così: alle “elezioni pastorali” del 1933, il clero appartenente ai “Deutsche Christen” ottenne ben il 75% dei suffragi dei luterani tedeschi e, ben presto, anche membri di altre confessioni evangeliche si federarono con i “cristiani di Hitler”.
Paradossalmente, chi non li sostenne mai fu proprio il führer: Hitler riteneva i Cristiano-Tedeschi solo dei tiepidi e pavidi cristiani e al tempo stesso dei mediocri nazisti ed accordò qualche simpatia solo al movimento parallelo della “Deutsche Glaubensbewegung” (Movimento tedesco per la fede), fondato nel 1933 da una costellazione di vari gruppuscoli di «senza Chiesa», che non si riconoscevano in alcuna religione rivelata ma intendevano fondare una «fede tedesca» che traesse la sua forza dalla storia e dalle tradizioni delle comunità germaniche, in una sorta di mistica del folklore tedesco, che si proponeva un’intensa vita comunitaria con la rivalutazione delle feste e delle consuetudini germaniche[17]. Forse anche per questo, nonostante gli sforzi di Müller, il führer, che in un primo momento aveva visto nel gruppo una sorta di “quinta colonna” nazista che portasse la gioventù cristiana al partito, già dal 1937 si disinteressò completamente di una religione che fondamentalmente disprezzava (un disprezzo che, dal 1941 in poi, travolse anche il “Ministero per gli Affari Religiosi” di Kerrl, abolito alla morte di quest’ultimo)[18].
Probabilmente, dal punto di vista storico, il problema più importante è cercare di capire perché una sostanziale aberrazione come quella Cristiano-Tedesca potesse sorgere proprio all’interno del credo luterano. Come accennato, le ragioni sono numerose.
Va, innanzitutto, premesso che quella dei Deutsche Christen fu solo una estremizzazione di una tendenza comunque ben presente in vari ambiti religiosi. In ambito cattolico, ad esempio, non si può dimenticare che, già nel luglio 1933, il Vaticano firmò un Concordato con la Germania nazista e, sebbene già nel 1936 le note di protesta di Roma contro violazioni tedesche di tale Concordato ammontassero a ben 34 e nel 1937 Pio XI emanasse l’enciclica “Mit brennender Sorge” in cui attaccava duramente il regime hitleriano, tale Concordato non venne mai cancellato dalla Santa Sede (e risulta tuttora vigente).
Allo stesso modo, non va dimenticato che non tutti i luterani furono nazisti e, anzi, che, ad opera del pastore berlinese Martin  Niemöller, già nel 1934, proprio contro il Paragrafo Ariano, venne fondata una “Lega di Emergenza dei Pastori” che diede vita alla “Chiesa Confessante” (“Bekennende Kirche”), di stampo radicalmente anti-nazista (e che ebbe tra i suoi martiri il grande teologo Dietrich Bonhoeffer), il cui manifesto teologico contro i cristiano-tedeschi (“Esistenza Teologica Oggi!“) fu scritto dal più grande pensatore luterano del ‘900, lo svizzero Karl Barth[19].
E’, però, innegabile che persino Niemöller, nei primi tempi, non aveva esitato a salutare in Hitler il salvatore della Germania, e anche durante il processo che lo vide imputato non esitò (e non certo per opportunismo) a ribadire la sua personale fedeltà al Führer. A sua volta, Hitler doveva nutrire personalmente della simpatia per il suo coraggio e la sua schiettezza: difatti nel `37 fu forse per sottrarlo a una sorte peggiore che lo spedì a Dachau e più tardi come prigioniero politico a Sachsenhausen. Nel 1939 Niemöller si offrì ancora come volontario di guerra: soltanto verso la fine degli anni quaranta, ormai vecchio, si sarebbe convertito al pacifismo integrale[20].
Insomma, in qualche modo, quella tra luteranesimo e nazismo sembrava, nei primi tempi del regime, una sorta di “attrazione fatale”. Puro caso?
In realtà, si diceva, probabilmente no.
In primo luogo, bisogna tener conto della diversa situazione di “peso politico” di fronte al regime tra cattolici, che comunque avevano alle spalle una struttura formale di enorme importanza come il Vaticano, che poteva anche venire a patti con la dittatura hitleriana, ma che aveva, in ogni caso, la forza di contrapporsi ad essa qualora la misura fosse colma, e luterani, che alle spalle non avevano nulla e che rischiavano di venire messi in ombra (come accadde per molte altre confessioni evangeliche), perdendo ogni aggancio sui fedeli di fronte alla crescita della mistica nazionalista e neo-pagana nazista.
A parte, però, questo elemento contingente, che si va ad unire a tutta la serie di presupposti anti-repubblicani di cui si è già discusso, una sorta di legame inscindibile tra idea di chiesa e idea di stato sembrava essere, per qualche verso, connaturato nella struttura stessa del luteranesimo.
Fin dai tempi della Riforma, infatti, Lutero si era appoggiato al potere politico locale (si pensi ad esempio, alla protezione accordata al Riformatore dal Gran Elettore Federico il Saggio di Sassonia), dando inizio a quel tipico dualismo luterano per cui il mondo è diviso in due Regni (quello “profano” affidato solo al Principe, e quello “religioso” di competenza della Chiesa, ma della quale lo stesso Principe è il Moderatore, il Protettore, se non il Capo in terra), quel dualismo che giustificò il lealismo al tiranno anche in caso di sua palese violazione della morale (e si pensi, in questo caso, ad esempio, al massacro dei contadini di Svevia nella battaglia di Frankenhausen nel 1525, avallato da un documento di Lutero stesso).
Questo legame, che si fece sempre più intenso con la Lega di Smalcalda, con l’Unione Evangelica e con la Pace di Augusta, entrò, in qualche modo, a far parte del DNA del luteranesimo tedesco e il risultato più estremo e più deteriore fu, appunto, la totale follia di chi arrivò a confondere la croce con la svastica e a giustificare le aberrazioni dell’eugenetica.
Appare allora sensato quello che scrisse, ancora negli anni ’70, il vescovo bavarese Joseph Ratzinger: “Il fenomeno dei «Cristiani Tedeschi» mette in luce il tipico pericolo al quale si trovava esposto il protestantesimo nei confronti dei nazisti. La concezione luterana di un cristianesimo nazionale, germanico, anti-latino, offrì a Hitler un buon punto di aggancio, alla pari della tradizione di una Chiesa di Stato e della fortissima sottolineatura dell’obbedienza nei confronti dell’autorità politica, che è di casa presso i seguaci di Lutero.[21]
Il problema è che negli anni ’30 l’autorità in Germania era rappresentata dai nazisti e che questo “sentire storico” luterano portò alla negazione dei principi e dei presupposti fondamentali dell’umanità da parte di molti, troppi fedeli che si definirono “Cristiani di Hitler”.

[1] Per una descrizione esaustiva della situazione socio-politica ed economica della Repubblica di Weimar si veda: E.D. Weitz, Weimar Germany: Promise and Tragedy, Princeton University Press 2007
[2] Cfr. H.Mommsen, E.Forster, The Rise and Fall of Weimar Democracy, The University of North Carolina Press 1998
[3] Cfr. O. Wismayer, For an History of the Lutheran Confession, Ansig 1987
[4] A.C. Cochrane, The Church’s Confession Under Hitler, Pickwick 1976
[5] Cfr. A.L.Carlotti, Adolf Hitler. Analisi Storica delle Psico-biografie del Dittatore, Angeli 1984
[6] Cfr. R. Manheim, Intoduzione a A.Hitler, Mein Kampf, Mariner Books 1998
[7] H.Rauschning , Conversazioni con Hitler, Betelgeuse 2008
[8] Cfr. F.Cardini, Il Dio di Hitler, Storia Illustrata, agosto 1985
[9] Cfr. Manifesto del Partito Nazional-Socialista, 24 febbraio 1920
[10] A. Rosenberg, Der Mythus des 20. Jahrhunderts. Eine Wertung der seelisch-geistigen Gestaltenkämpfe unserer Zeit, Hoheneichen 1930
[11] Riportato in Rauschning, Citato
[12] Gregory Munro  della Australian Catholic University di Brisbane ha affermato che “Kerrl era il solo Ministro con una esplicità volontà di ricercare una sintesi tra Nazismo e Cristianesimo. Provocando l’ire di gran parte della classe dirigente nazista, Kerrl affermò che il Cristianesimo era un elemento fondamentale della ideologia nazista e che le  due forze dovevavo essere portate ad un punto di riconciliazione“. Cfr. G.Munro,The Reich Church Ministry in Nazi Germany 1935-1938,  Australian Conference of European Historians, luglio 1997
[13] Riportato in V.Messori, Pensare la Storia, SugarCo 2006
[14] Cfr. F. Cardini, Citato
[15] Ivi
[16] Come riportato in E.Nolde, Three Faces of Fascism, Eerdman 1966
[17] Cfr. F. Cardini, Citato
[18] Cfr. P. Shelley, Church History, Nelson 1995
[19] Che fu anche il principale estensore della Dichiarazione teologica di Barmen, adottata dal sinodo della Chiesa confessante nel maggio del 1934.
[20] Cfr. L.Stein, Hitler Came for Niemöller. The Nazi War Against Religion, Pelican Publishing Company 2003
[21] Riportato in V. Messori, Citato
 
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